Non parlerò di quell’angelica purezza, di quella cauta custodia dello spirito intemerato, dacché pure il nome del suo contrario non deve suonare sulle nostre labbra.
Certo che per conservare e accrescere questo dono magnifico si richiede la prece e l’umiltà.
L’umiltà è verità, non altro che verità e quindi è l’unica dignità della vita. Povera gente, quella che trova la dignità nel vile che non sa resistere a un fremito d’ira! Povera gente, quella che sa trovare la dignità nel disprezzo di un fratello! L’umiltà è nel conoscere tutta la nostra miseria, la nostra fragilità. L’umiltà sta nel non disperare, perché siamo in buone mani. L’umiltà sta nel valutare, quando ci compariamo coi nostri fratelli, tutte le circostanze della nostra e della loro esistenza. Oh! Se facessimo sempre così! Come sarebbe più degna la nostra vita! Più maschia la nostra virtù! Ma guardiamoci per questo dal ritenere vanità lo aspirare a cose grandi, questa sarebbe pusillanimità! Tutto posso in colui che mi conforta. E più ancora: non è vero che Dio sceglie per le opere grandi le cose dispregevoli di questo mondo, come ebbe a dire Paolo? Appunto perché io sono nulla Dio può fare di me grandi cose… e le farà certo, se intanto ci prepara col dolore. L’umiltà che è il profumo ascoso della virtù che ascende solitaria a Dio nei rapporti coi nostri fratelli produce la mansuetudine, la dolcezza, la cortesia.
La strada all’infinito è l’umiltà, la virtù più accessibile a tutti, ed anzi specialmente a coloro che noi meno stimiamo. Un povero tapino che i laceri cenci non proteggono dal vento invernale, saprà, se virtuoso, innalzarsi a Dio con abitudine di santi pensieri e con una vita di umiltà e di rassegnazione . Il colpevole pentito de’ molteplici, gravissimi errori, troverà nel suo stesso rimorso la strada a Dio e s’innalzerà tant’alto, quanto il giusto superbo della sua giustizia, non potrà mai. Ed è questo ben ragionevole. Che cos’è infatti l’umiltà se non la verità, la pura verità, la sola verità? Che altro ci insegna la natura, l’esperienza, la ragione? Come non potrà arrivare al vero, non solo speculativo, ma pratico, colui che fa regola d’ogni sua azione e d’ogni suo pensiero la verità? Come non si attirerà la compiacenza di Dio l’anima che si ripone al proprio posto, che trema al pensiero di togliere qualcosa alla gloria del Creatore, che con una sublime abnegazione di ogni momento respira una giustizia perpetua?
Così l’umiltà, per il Beato, è “la virtù più accessibile” e la più universale, richiede solo che l’anima viva nella verità, faccia regola “d’ogni sua azione e d’ogni suo pensiero, la verita”.
Altra volta, a proposito dell’umiltà di Maria, scriverà:
Non paia strano di trovare nell’abisso dell’umiltà tanta potenza e tanto impero nel proprio annientamento. l’umiltà è forza, l’umiltà è potenza. È potenza e forza in faccia agli uomini, perché sicura del favore di Dio… È forza e potenza davanti a Dio: Abramo si presenta a Lui ripetendo: “Ecco io parlo a Dio e son cenere e polvere!” E Abramo ottiene” (Novena per il Natale, giorno IV).
L’opuscolo L’Eucarestia mezzo di perfezione morale
Ecce Agnus Dei”. Purezza infinita di Dio, splendore della gloria paterna, candore della sua luce, vieni e semina in noi un po’ di tanta santità! Perché a Te piacciono i cuori mondi e puri, e Tu in loro ti riposi: essi la tua abitazione in terra, essi la tua più diletta compagnia in cielo, ove intoneranno un cantico che non tutti potranno cantare!
Quale preparamento più degno a Te, o Signore, che il santo olocausto di una carne crocifissa al peccato, di uno spirito albergo dei tuoi casti pensieri, di un cuore che ha gli affetti suoi nell’alto dei cieli? “Sursum corda!” Forse ci concederai di portare al tuo convito uno spirito pieno della tranquilla e ingenua letizia degli angeli, dimentichi di tutto il male, quasi non fosse, ignari pure della tentazione e rifatti nel tuo cuore come neonati in te! Forse vorrai che la preparazione sia quella lotta terribile che ci fa sentire tutta la nostra miseria, tutta la spaventosa prossimità del pericolo, tutta la seduzione del male, e noi verremo a te perché in quei momenti di angoscia ineffabile creatura non ci può consolare. ma non volere, o Signore, provar troppo la nostra infermità. Spargi il tuo balsamo di profumo divino sulle nostre piaghe, ridonaci la sanità. Anche chi è mondo deve lavarsi i piedi, prima di osare di accostarsi a te. Non basterà, dunque, o Signore, una mondezza esteriore, nemmeno una costante severità di giudizi e di pensieri, è necessario che con le lacrime davanti al Crocifisso imploriamo quella fragranza di purezza, quella propensione intima alle sante gioie della castità, quella ingenuità verginale, perché possiamo ambire ai santi sponsali del Cristo... Oh! Possiamo portare nel mondo questo profumo solingo e soave, e possa confortarsene l’anima pia, possa sentirsi commosso il colpevole!
Veda lo sciagurato quanta letizia inonda l’anima pura! Com’è bella, dolce, santa la castità del cuore! Com’è ineffabile la ingenuità dei figli di Dio! Oh, Agnello di Dio inebriami di purità! È Gesù l’infinita purezza; spirito purissimo che non anela che all’inenarrabili delizie di Dio, che non respira che amore e virtù. Egli è il giglio della convalle; scendiamo con l’umiltà e il troveremo. E teme il sole e la folla, si sta all’ombra e solingo. Egli è tutto spirito e noi siamo uomini animali e però non intendiamo le cose dello spirito. Mirabile conversione quella che ne rende uomini spirituali! Chi lo può fare se non Gesù? Umiltà e amore a Cristo, ecco i mezzi. Giorno verrà ch’ei le dica: Columba mea, immaculata mea! A tal dolce parola procede: Soror mea! Per l’imitazione cioè e la somiglianza. L’inenarrabile perfezione e beltà morale di Cristo ne occupi il cuore intero: Specie tua et pulchritudine tua intende, prospere procede et regna! Se meditassimo con più cura le cose di Dio! Se stessimo in guardia ad opprimere ogni superbia incipiente, una santa e angelica purezza ne riempirebbe l’animo. Oh! Mirabile cosa! Una giovane età che reprime il male, che con l’aiuto di Dio calpesta il mondo! (Dagli schemi di meditazioni).
I
Bello tra i figli degli uomini! Veramente la maestà di Dio traluce dal tuo sguardo. Soave come unguento è il tuo nome, e le vergini ti hanno desiderato! Te non tange lo scherno, a te non giunge il vitupero, bello tra i figli degli uomini! Veramente il Signore t’ha unto con olio di letizia sovra ogni creatura! E tu accogli invece il sospiro dei cuori a te sacri, i gemiti ineffabili sulle iniquità della terra. Bello tra i figli degli uomini! Soave come unguento è il tuo nome: Le vergini ti hanno amato! Com’è bella questa parola della Scrittura! Io la direi mille volte. È profumo virgineo davanti a Gesù. La verginità cattolica è ciò che di più magnifico sì possa pensare. E tu, o Gesù, godi di sì gioconda corona: Le vergini ti hanno amato!
Oh! L’infinito! noi lo sentiamo e l’intendiamo: esso è realtà viva e personale, atto primo, unico ed eterno, essere degli esseri, bene ineffabile, felicità suprema. Poi lo crediamo perché lo esige la coscienza, lo dimostra la ragione, lo prova la Tradizione, l’esperienza lo insegna: noi lo crediamo, perché è la ragione ultima di ogni cosa, il centro di ogni esistenza, l’autore di ogni creatura! L’infinito è Dio! E noi diciamo il Dio vivo e vero, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio uno e trino, creatore e santificatore, Dio è l’infinito, e noi la povera creatura tratta dal nulla pel soffio onnipotente di Lui, che tende a Lui, che Lui spera, che a Lui perverrà con la sua grazia paterna: Dio è Padre. Una schiera di stolti pretende fare onore a Dio col liberarlo dalle cure del mondo indegne della sua maestà: - Egli ha creato il mondo per suo divertimento e pensa a tutt’altro: forse interverrà in qualche grande manifestazione, ma che importa a Lui dell’uomo? Che è l’uomo perché di lui si ricordi e il figlio dell’uomo perché egli lo visiti Che bisogno ha Lui dell’ossequio nostro? Che importa a Dio se io mi nobilito con l’eroismo di una virtù tutta pura, o mi abbandono alle tendenze cattive? Così fu sussurrato alle mie orecchie adolescenti: ma tu, Dio buono e santo, fin da allora mi facesti comprendere la stoltezza di queste idee, fin da allora m’insegnasti che è ben più degna di Dio questa sapienza infinita che arriva fino all’ultima delle creature, questa memore provvidenza che non iscorda il passero affamato sulla neve infernale, questa tenerezza paterna che conta i palpiti del nostro cuore! Quando io voleva salire a te, Tu m’ispirasti a cercare nel mondo ogni fiore di virtù, ogni grazia di sentimento, ogni affetto pio e gentile e d’ingrandirlo all’infinito... Ho provato e fui come atterrito dalla tua grandezza. Attratto dalla tua bellezza ineffabile io sono venuto e ho detto: Come il cervo desidera la sorgente dell’acqua, cosi sospira l’anima mia a te, o Signore!
È l’ideale che si esprime nella Lettera ai Filippesi di S. Paolo. Egli lo ricorda cosi:
Confronta il programma verista con le parole di S. Paolo: Del resto. o fratelli, tutto quanto v’ha di vero, di giusto, di santo, di pudico, di virtuoso, ogni dovere e disciplina, formi il nostro programma. E questo programma mi pare migliore, e ad esso dovrà in un giorno non molto lontano, stanca dei lunghi errori, sconfortata, tornare la povera umanità.
Tenterò adesso, per quanto è possibile alla mia miseria e infermità, di tracciare quell’ideale a cui siano chiamati prima dei rapporti dell’anima nostra col suo Creatore, poi in quelli coi nostri fratelli, e vedrai che tutto quanto si riduce a quella parola. Preghiamo il Dio Amore che è venuto a portare il fuoco sopra la terra, che l’accenda nei nostri cuori; preghiamo lo Spirito consolatore, Amore sostanziale del Padre e del Verbo, che c’ispiri quella carità che non dice mai basta; preghiamo finalmente che, lasciata ogni parvenza terrena, l’anima nostra aderisca a Lui con angelica tenerezza.
Lo so che per noi cristiani, eccettuati quei pochi che Dio trae a Sé, per vie straordinarie ed elevatissime, è fatto un dovere di apprezzare quanto è degno perché è rivelazione di Dio, diretta o indiretta, ma sempre grandiosa. Ond’è che Paolo in quella sua troppo meravigliosa Epistola ai Filippesi, che io direi come l’inno del cristianesimo fattosi adolescente, ci esorta a non escludere dal nostro programma niente di quanto sia di onorato e di lode: Pertanto, fratelli, tutto quello che v’ha di santo e di pudico, di giusto, di vero e di amabile, tutto quello che arreca buona fama, ogni virtù, ogni lodevole disciplina sia l’oggetto dei vostri pensieri. E conclude con quell’augurio sublime: E la pace di Dio che supera ogni sentimento custodisca i vostri cuori e le vostre intelligenze in Cristo Gesù.
Scrive alla sua sorellina che prendeva la prima Comunione, e già nella lettera che le scrive egli traduce una sua esperienza interiore e dà testimonianza di quanto fu per lui la prima Comunione.
È questo il giorno dei grandi propositi che devono valere per tutta la nostra vita. Il giorno di un patto eterno, ineffabile, per cui non vorremmo altro che il bene, sempre il bene, tutto il bene. È una promessa di amore. imperituro, l’offerta di un povero cuore, della creatura che non sa cosa fare per rispondere alla tenerezza del suo Creatore. È il colloquio dolcissimo della figlia col Padre dopo cui, altro non ci resta che sospirare il compimento della nostra adozione. E ne proverai tosto gli effetti in un distacco da tutto ciò che porta ad un gelido dissipamento del cuore, senza escludere i giusti sollievi, in una pace e in un gaudio che supera ogni senso, in un annichilamento di te stessa avanti al tuo Signore, in una pienezza di carità che vorrebbe effendersi con tutti, in una ingenua semplicità che non escluderà punto una virtuosa prudenza.
Cominciamo dalla preghiera, da quei momenti ineffabili in cui passa il più intimo colloquio tra la creatura e il Creatore. L’anima contempla la soave bellezza, l’inenarrabile bontà del suo Dio e gli dice: Io ti amo! Egli guarda all’affetto della sua creatura, si commuove il cuore paterno e risponde: Io ti amo! L’anima gli dice con trasporto Padre! Ed Egli: Oh, figlia! L’anima ne ricorda i benefizi : ed Esso ne raccoglie con amorosa compiacenza i ringraziamenti. L’anima piange le sue offese a tanta bontà ed Esso ne asciuga ogni lacrima e la converte in sorriso! Egli la chiama “sua diletta, sua sorella, sua sposa ed essa abbraccia il suo Bene, ed essa grida agli angeli: Sostenetemi coi fiori, appoggiatemi alle mele fragranti, perché languisco d’amore... Io con tutta del mio diletto ed Egli è tutto mio, Egli che si pasce tra i gigli. Corri, come l’agile capretto, come il giovane cervo…. Geme l’anima pura sulla iniquità dei figli degli uomini e Lui che non numera i mondi che ha gettato nello spazio, ne conta le lacrime preziose con lo scrupolo dell’avaro. Ma che dirò io allorché il mio Diletto viene veramente al suo cuore, entra davvero per quella bocca santificata dalla preghiera? Io penso qualche volta alla prima intelligenza angelica uscita dalle mani di Dio. Dio le dovette dire: Guardami! Oh! Chi ci sapesse ridire quel palpito primo! È questo, è questo, quello che io cerco in quel momento solenne in cui obliata ogni cosa di quaggiù, mi sorride il mio Tutto! Io sono con Lui e Lui con me: non vivo io, vive in me Cristo! Sì, la trasformazione nostra in Lui, ecco il fine della prece cristiana.
Io non saprei concepire una vita senza preghiera; uno svegliarsi il mattino senza incontrare il sorriso di Dio, un reclinare la sera il capo, ma non sul petto di Cristo. Una tal vita dovrebbe somigliare a notte tenebrosa, piena di avvilimento e di sconforto, arida per un tremendo anatema di Dio, incapace a resistere alle prove, abbandonata a reprobo senso, ignara delle gioie sante dello spirito. Oh! Povera vita! Come si possa durarla in tale stato è per me un mistero. Ma è già mistero tutto il cuore umano. Oh! Io supplico il Signore che la preghiera non abbia a morir mai sulle mie labbra. Che prima abbia a uscire il mio spirito che ammutolirsi cosi miseramente! Sì, perché il giorno – oh, Dio non lo permetta! – che tacesse la preghiera sulle mie labbra sarebbe finita in me ogni vita morale, sarebbe finita l’aspirazione al bene, sarebbero finiti i conforti migliori dell’anima mia! Se tacesse la mia preghiera vorrebbe dire che Dio mi ha abbandonato!
Più alto e intimo esercizio... è una altra preghiera, che è pure una necessità per l’anima giusta. Senza di esso le parrebbe dissacrato e profano quel giorno, senza di esso non troverebbe quel profumo soave di pietà che forma la sua delizia consueta. Sì, la lingua tace, la mente assorge tutta in Dio e medita le sublimi verità di Lui. Oh! mirabili ritrovi dell’uomo con Dio! Oh! Dolci amplessi del Creatore con la creatura! Oh! Elevazioni ineffabili dello spirito umano! Che cos’è il mondo che si possa paragonare a queste gioie purissime di cielo, a questi saggi della gloria ventura? Con quanta premura ci alziamo al mattino per correre alla festa di questi santi pensieri! Ora è la potenza, la bellezza, la santità di Dio; ora le speranze di un giorno supremo; ora l’esinanizione del Verbo fattosi carne per abitare fra noi pieno di grazia e di verità; ora il mistero doloroso del Golgota, o il gaudio del banchetto eucaristico! Quando piangiamo ai piedi di un tronco di croce, quando esultiamo ripensando le parole del Cantico dei Cantici, l’epitalamio dell’anima nostra con Dio! Oh! Quanto è dolce il Signore a quelli che lo temono! Che dirò poi a quelli che lo amano? Con l’incarnazione del Verbo s’e effusa la tenerezza di Dio per gli uomini e in senso verissimo e sublimissimo l’anima giusta è disponsata a Cristo. Ond’è che Paolo avrebbe voluto offrire i cristiani “come vergine casta a Cristo”, e già nelle profezie si parla di queste sponsalizie di cielo e nel Vangelo stesso le anime sono le vergini che vanno incontro allo sposo. E così noi ascolteremo in santa estasi le amorose profferte di Dio e ripeteremo esultanti il cantico del divino amore... E noi inviteremo il nostro Diletto ai santi amplessi: “Oh! Ch’ei mi baci col bacio delle sue labbra!... La sua sinistra sostiene il mio capo, mi accarezza la sua destra. Sostenetemi con fiori, appoggiatemi a delle frutta, perché io vengo meno di amore! Come il pomo fra gli alberi della selva, così il mio Diletto fra i figli degli uomini: io voglio assidermi all’ombra sua e gustare la soavità delle sue frutta. Ecco è spuntata la primavera, ecco si riveste la natura, vieni o mie Diletto!
E Lui, rapito da questo sante aspirazioni della sua creatura risponde intenerito: “Ecco che tu sei bella, e mia Diletta, Amica, sorella, immacolata mia sposa, vieni al tuo Diletto!”
Ricordati poi, caro Paolo, di me col Signore, che n’ho bisogno. Ho bisogno che tante cose non rimangano nella sterile contemplazione, ma trascendano nella realtà effettiva della vita. Ho bisogno che alla solennità ineffabile del mistero cristiano, che per buona sorte si radica sempre più profondo nell’animo, risponda meglio e il raccoglimento dello spirito e lo slancio del cuore. Ho bisogno di quei carismi divini per cui l’invisibile si trasfigura al nostro pensiero o lasciano tracce indelebili i momenti augusti di Dio che si avvicina. Ho bisogno che alle tenerezze e alle sponsalizie del Cristo risponda con più esultanza di amore, questo animo così sterile e incerto, così lontano dalla perfezione amata ben anco, ma non fortemente voluta, così incline alla polvere, mentre dovrebbe assurgere in alto, in alto, in alto! (3 giugno 1887).
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