domenica 27 gennaio 2013

Jozsef Mindszenty, Servo di Dio, Cardinale, Primate d'Ungheria - Csehimindszent, Austria-Ungheria, 29 marzo 1892 - Vienna, Austria, 6 maggio 1975


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Servo di Dio Jozsef Mindszenty Cardinale, Primate d’Ungheria
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Csehimindszent, Austria-Ungheria, 29 marzo 1892 - Vienna, Austria, 6 maggio 1975
Già Primate d’Ungheria, venne nominato cardinale da papa Pio XII nel 1946. Per la sua tenace opposizione al regime comunista, venne arrestato una prima volta nel 1944 con l'accusa di alto tradimento. Rilasciato l'anno seguente, fu nuovamente incarcerato il 26 dicembre 1948 e condannato all'ergastolo l'anno successivo con l'accusa di cospirazione tesa a rovesciare il governo comunista ungherese. Liberato dopo otto anni di carcere durante la insurrezione popolare del 1956, trovò asilo politico nell'ambasciata americana di Budapest. Per molti anni Mindszenty rifiutò l'invito del Vaticano a trovare riparo presso lo stato pontificio e solo quindici anni dopo, nel 1971, con l'interessamento dell'allora presidente Nixon, poté finalmente lasciare l'ambasciata e raggiungere la Santa Sede. Poco dopo si stabilì a Vienna, dove morì per un arresto cardiaco sussegente ad un intervento chirurgico. Nel 1991 le sue ceneri vennero solennemente trasportate da Mariazell ad Esztergom, città ungherese nella quale fu arcivescovo, per essere tumulate nella cripta della Basilica.


Mindzent è un villaggio di campagna nella pianura ungherese. Il 29 marzo 1892, da Janos Pehn e Borbàla Kovacs, viticultori, nacque Jozsef: era bello, sano, robusto e i suoi genitori erano fieri di lui.
Ogni giorno, al tramonto, si raccoglievano tutti, genitori e figli, a pregare la Madonna con il Rosario. Fattosi più grandicello, la mamma insegnò a Jozsef a servire la Santa Messa. Presso l’altare, durante la celebrazione eucaristica, egli percepiva sempre più chiaro che non c’è nulla di più bello e grande al mondo che offrire a Dio il Sacrificio di Gesù e annunciare il Vangelo ai fratelli. Così, affascinato dall’Eucarestia, decise che sarebbe diventato sacerdote.
Nel 1903, entrò nel Seminario tenuto dai Padri Premostratensi a Szombathely. Superate le difficoltà iniziali, fu presto tra i primi della classe. Leggeva moltissimo: storia, letteratura, filosofia, teologia. Superata la “maturità” con ottimo in tutte le materie, cominciò gli studi teologici nel Seminario della sua diocesi.
Era giovane, ma aveva la statura di un capo. Durante gli studi di teologia, si appassionò ancora di più a Cristo: seguirlo e amarlo per farlo conoscere e amare dai fratelli era per lui l’avventura più grande che potesse toccare a un uomo sulla terra.
Il 12 giugno 1915, solennità del Sacro Cuore di Gesù, mentre già l’Europa era in fiamme per la Prima guerra mondiale, Jozsef Pehn diventa sacerdote di Cristo.

Ascesa: 56 anni
Quel giorno fu l’inizio di un lungo cammino, segnato di amore e di pianto, destinazione il Calvario. Il primo ministero, Don Jozsef lo svolse come vice-parroco a Felsopathy. Serviva poveri e ricchi con l’amore di Cristo: esemplare, coltissimo, predicatore dalla parola calda come quella dei profeti. Fu mandato a insegnare religione nelle scuole statali di Zalaegerszeg e i giovani allievi ne furono conquistati.
Nell’ottobre del 1918, per l’azione della massoneria, crollò la monarchia asburgica, e il marzo seguente, in Ungheria, segnò l’avvento al potere dei comunisti di Bela Kun.
Don Joseph fu subito arrestato. Ma la dittatura dei “rossi” finì presto, e Don Jozsef, appena ventottenne, fu nominato parroco di Zalaegerszeg: il 1° ottobre 1919, iniziò il suo apostolato in un territorio di sedicimila anime, con cinque comunità filiali. Il problema più grave gli parve quello dell’istruzione. Il giovane parroco promosse la scuola e la catechesi intensa offrendo luce e verità alle associazioni laicali, e inserendo Gesù tra le persone di cultura. Comprendeva che i tempi nuovi avrebbero richiesto credenti colti e forti nella fede.
Fece costruire chiese, case parrocchiali e scuole, ponendo in primo piano l’evangelizzazione, la preghiera, l’adorazione a Gesù Eucaristico, la devozione alla Madonna. Per 25 anni, tutto il tempo trascorso a Zalaegerszeg, non ci fu settore della sua gente che lui non illuminasse con il Vangelo, appassionato, gentile e irruente come i cavalli della prateria magiara.
Nel 1941, Don Jozsef Pehn, deciso oppositore dei nazisti che dilagavano per l’Europa, per protesta contro di loro, abbandonò il suo cognome d’origine germanica e volle chiamarsi Mindszenty, dal suo paese natale.
Per la sua preparazione e il suo coraggio, in un momento tanto difficile, il 4 marzo 1944, il Santo Padre Pio XII lo nominò Vescovo di Veszprem. Lì giunse dieci giorni dopo che i nazisti avevano occupato la città. Insieme agli altri Vescovi magiari, si impegnò subito a soccorrere gli Ebrei e molti di loro furono salvati dal lager e dalla morte.
Mentre la guerra infieriva, Mons. Mindszenty si spendeva per i più poveri, organizzava giornate di preghiera per i suoi preti, appoggiava l’apostolato dei laici, promuoveva visite tra le famiglie e l’assistenza ai malati, creava nuove parrocchie e apriva scuole. E così presto finì per la seconda volta in carcere, sotto i nazisti.
Intanto da oriente, l’armata rossa invadeva l’Ungheria, saccheggiando, distruggendo, violentando, con il proposito di “liberare” il Paese. In quei giorni terribili, Pio XII nominò Monsignor Mindszenty Arcivescovo di Esztergom (l’antica Strigonia) e Primate d’Ungheria.

“Patì sotto Stalin”
“Voglio essere un buon pastore – disse l’8 dicembre 1945 – iniziando il nuovo servizio – un pastore pronto a dare la vita per il suo gregge”.
Apprestò soccorsi contro la fame: i comunisti lo bloccarono. Si diede a proteggere prigionieri e sofferenti: i comunisti glielo proibirono. Anzi, cominciarono la repressione della Chiesa in Ungheria. In difesa della scuola cattolica, organizzò le associazioni dei genitori. Ci vollero tre anni, prima che i comunisti, ormai insidiatisi al governo con la violenza, sostenuti da Stalin, nazionalizzassero le scuole: quando ciò avvenne, il 18 giugno 1948, l’Arcivescovo fece suonare a morto le campane di tutta la nazione in segno di protesta.
Nel ’46, fatto Cardinale, si impegnò ancora di più nel suo lavoro. La porpora ha il colore del sangue effuso per amore a Cristo e alla Chiesa. Lui l’avrebbe, a suo modo, versato. Fondò nuove parrocchie, organizzò pellegrinaggi, il più famoso, al santuario nazionale d’Ungheria, vide centomila persone al suo seguito. Durante l’anno mariano, da lui voluto nel ‘47, cinque milioni di fedeli parteciparono alle celebrazioni. I comunisti impazzivano di rabbia. Rakosi, il proconsole di Stalin a Budapest, attaccò il Cardinale con inaudita violenza: lui rimase impavido come quercia sotto la bufera.
Giunse così il 26 dicembre 1948: allo scendere della sera, mentre il Cardinale pregava per il suo popolo, si spalancò all’improvviso la porta della sua cappella: entrò il colonnello di polizia Decsi con i suoi sgherri e lo dichiarò in arresto. Quelli lo trascinarono al n. 60 di via Andrassy, a Budapest dove già la Gestapo compiva le sue torture. Quello che lì i comunisti compirono contro il santo Cardinale è una delle infamie più grandi della storia.
Per 39 giorni, ogni sera lo portavano in un seminterrato freddo e umido, lo spogliavano tra le risate dei suoi aguzzini, lo coprivano di botte su tutto il corpo, quindi lo riportavano in cella a dormire, per risvegliarlo e cominciare da capo. Il motivo: costringerlo a confessare di essere stato “un nemico del popolo”. Pesto e sanguinante, distrutto ormai nel fisico e nello spirito, lo minacciano di farlo comparire davanti alla sua anziana mamma in quello stato. Dopo 39 giorni, nei quali ha sperimentato sulla sua pelle che cosa è il comunismo, il Card. Mindszenty crolla: pone la sua firma sotto una confessione che quelli sono riusciti a estorcergli e aggiunge sotto il suo nome, “C.F.” (= “coactus feci”: firmai perché costretto). Gli aguzzini comunisti avevano spezzato una delle più nobili figure della Chiesa Cattolica.
In quelle ore terribili, egli pregava la Madonna per il suo popolo, per i giovani, per sé, affinché non mancasse mai la sua fedeltà a Cristo, fino al sangue, fino alla morte.
Il 3 febbraio 1949, i dirigenti comunisti condussero il Cardinale Mindszenty in tribunale, rasato e vestito a nuovo, l’anello al dito. Con un processo farsa, come quello condotto dai giudei contro Gesù, lo condannarono all’ergastolo. Da Roma, Pio XII fu il suo più forte sostenitore e in tutte le occasioni smascherò a voce alta “la giustizia” marxista. Il mondo libero ascoltò la voce del Sommo Pontefice e ne condivise lo sdegno.
Rimase in carcere, offrendo e pregando in unione a Gesù Crocefisso, fino all’ottobre 1956, quando, durante l'insurrezione degli ungheresi contro i sovietici, i suoi figli di Budapest lo liberarono. Pochi giorni di libertà, poi il buio ritornò in terra magiara, con i carri armati di Krusciov. Da allora, il Cardinale Mindszenty visse, senza poter mai uscire, neanche per andare ai funerali della sua vecchia mamma, all’ambasciata americana.
Una vita di silenzio, di preghiera, di offerta continua a Dio per l’Ungheria e per tutta la Chiesa. Segno vivente di che cos’è oggi il martire che patisce per Cristo sotto i moderni Neroni della storia.

L’esule e il santo
Nel 1971, per volontà di Papa Paolo VI, il Cardinale martire dalla porpora insanguinata, giunse libero a Roma. Partecipò al Sinodo dei Vescovi in corso, e alzò indomito la sua voce per dare voce alla Chiesa del silenzio. Poi si stabilì a Vienna, al Pasmaneum, come la sentinella che vigila sulla terra del suo amore e attende l’aurora.
Aveva 80 anni, ma ancora forte e fiero, come Ignazio di Antiochia e Policarpo di Smirne, i Vescovi martiri della prima generazione cristiana, percorse il mondo a tenere viva la speranza tra gli ungheresi lontani dalla patria, a parlare di Verità, di libertà e di amore in nome di Cristo.
In quei giorni del suo esilio, io che, ancora bambino, mi ero appassionato alla sua vicenda di martirio e mi entusiasmavo per Gesù pensando a lui, gli scrissi una breve lettera in latino per dirgli il mio ossequio e la mia affezione... Mi rispose a stretto giro di posta, con una sua foto e un cartoncino su cui a grandi caratteri, scrisse: “Super te et discipulos tuos, benedictio mea. Josephus Card. Mindszenty”.
Andò incontro a Dio il 6 maggio 1975, a Vienna, dopo aver scritto le sue Memorie (Ed. Rusconi, Milano, 1975), testimonianza altissima della sua grande anima, della sua dedizione a Cristo e della sua santità. Sepolto per 15 anni a Mariazell, in Austria, dal 1990, al crollo del comunismo nell’est europeo, è stato traslato nella sua cattedrale a Budapest, dove a rendergli omaggio si è pure recato il Papa Giovanni Paolo II.
Sulla sua tomba avvengono grazie e guarigioni e dilaga la sua fama di santità. Proprio per questo, è in corso la sua causa di beatificazione. Il suo esempio per tutti – e quella sua benedizione per me indimenticabile – che profuma di sangue versato come quello di Gesù, e la sua intercessione in cielo presso Dio ci aiutino a comprendere, nell’indifferenza di oggi, come si ama, come si lavora, come si soffre per il Cristo e per la Chiesa e come si converte il mondo a Lui.

Autore: 
Paolo Risso
_______________________
Aggiunto il 2007-09-27

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Riportiamo un brano tratto da "Memorie" di Jòzsef Mindszenty - Rusconi Editore (pag.282). Il libro è introvabile purtroppo nelle librerie:


"... In un pomeriggio invernale del 1954 notai che la mia vista si era straordinariamente indebolita. Pur stando molto vicino alla lampadina elettrica non riuscivo quasi più a leggere il breviario. Ciononostante lo recitai con grande fatica. All'improvviso mi parve che la cella e tutto il mondo mi girassero intorno. Sul libro e lungo la parete turbinavano cerchi colorati. di più non ricordo. Quando a poco a poco ripresi conoscenza, mi trovai steso a terra con accanto il breviario e una pozza di sangue. Mi tastai un po' dappertutto. I capelli erano inzuppati di sangue. mi alzai a fatica e cercai di ricostruire l'accaduto: mi ero messo con la schiena girata alla stufa, probabilmente mi era venuto un capogiro e nel cadere avevo battuto il capo, rimanendo a lungo privo di conoscenza. Mi buttai sul letto. Quasi non riuscivo più a muovere le gambe tremanti. Con il fazzoletto umido ripulii la nuca, i capelli e il pavimento dal sangue. poi legai il fazzoletto attorno al capo ferito, per non sporcar di sangue il cuscino e le lenzuola, tuttavia non riuscii a fermarlo completamente. Le guardie non notarono nulla di tutto questo. La cosa è strana, se si pensa che si mostravano così attente quando si trattava di mettermi in tavola la carne di venerdì o di importunarmi quando pregavo in ginocchio. Invece avevano semplicemente ignorato quella caduta e continuarono a non  accorgersene anche quando alle sei vennero a portarmi la cena. Solo quando rovistarono il letto a fine della settimana, in occasione del cambio della biancheria trovarono il cuscino e la camicia macchiati di sangue. Allora comparve il comandante e mi interrogò come se sospettasse un tentativo di suicidio, ma senza preoccuparsi che il fazzoletto, il quale serviva contemporaneamente da strofinaccio per levare la polvere, avrebbe potuto procurarmi una infezione.

Durante quel periodo mia madre aveva ottenuto il permesso per farmi un'altra visita. Come al solito, dovevo incontrarmi con lei a Vac. Quando mi vide, rimase così impressionata del mio stato di salute che domandò tutta indignata: " Non vi vergognate di lasciare i prigionieri in questo stato? Per che cosa paghiamo le tasse? Se non volete o non potete occuparvene voi, permettete almeno che sia io ad occuparmi di mio figlio. Manderò del denaro per il mangiare, ditemi quanto ci vuole!". L'ufficiale di polizia che assisteva all'incontro rimase di stucco. Non rispose, ma fece presente la cosa al ministero. E il ministero, incredibile a dirsi, accettò la proposta di mia madre. Naturalmente durante la visita successiva mia madre mi domandò che cosa mi avevano dato da mangiare con i soldi che ella aveva inviato. Io le disse che, purtroppo, non avevo notato miglioramenti apprezzabili e la pregai di non inviare altri soldi al ministero, anche perchè ne aveva bisogno lei per la sua casa e perchè toccava alla direzione del carcere prendersi cura di me.Tutto ciò risultò molto spiacevole all'ufficiale di polizia. dopo la partenza di mia madre arrivò il comandante e mi domandò che cosa gradissi da mangiare. Gli risposi che non avevo piatti preferiti. Però da allora in poi mi servirono un cibo più sostanzioso e gustoso. Oltre a ciò mi visitavano continuamente. I medici tenevano consulti a cui partecipava anche il comandante. Per parte mia ero diventato indifferente alla morte e alla vita. Dopo tutto questo il 13 maggio 1954 mi trasferirono nell'ospedale di una prigione comune dove rimasi senza interruzione fino al 17 luglio dell'anno successivo. Alla vigilia della partenza il nuovo comandante del carcere entrò nella mia cella. Ammise che era stato accertato che nei miei riguardi erano state fatte cose non proprio conformi alla legge. Io rimasi meravigliato, poichè non conoscevo niente dell'aria nuova che soffiava per il paese. Seppi della morte di Stalin parlando con mia madre solo molto tempo dopo che era avvenuta. Pensavo che un avvenimento del genere avrebbe portato cambiamenti, che ora avrebbero raggiunto anche la mia cella, ma non riuscivo ad immaginarmi che al timone del paese ci potesse ora essere Imre Nagy ..."









Bibliografia:
Titolo: Memorie

Autore: Jòzsef Mindszenty

Casa Editrice: Rusconi

Anno di Pubblicazione: gennaio 1975

Numero pagine: 390







Il 6 maggio 1975 è nata una Stella in cielo.
Cardinale Mindszenty prega per l'Ungheria e per tutti noi.












venerdì 4 gennaio 2013

Venerabile Paolo Pio Perazzo - Terziario Francescano e Ferroviere - Nizza Monferrato, 5 luglio 1846 - Torino, 22 novembre 1911

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Presto i ferrovieri potrebbero avere un patrono in cielo, ma già adesso hanno un validissimo modello cui ispirarsi. Il “ferroviere santo” Paolo Pio Perazzo nasce a Nizza Monferrato nel 1846. A 15 anni, dopo il ginnasio, viene assunto come bigliettaio alle dipendenze delle piccole ferrovie del Regno Sardo, che nel tempo e proprio a partire da quell’anno (siamo nel 1861), diventeranno le ferrovie dello stato italiano. Prima lavora nella piccola stazione di Pinerolo, poi viene trasferito a Porta Nuova, a Torino. È intelligente, capace e solerte e così diventa autore di quasi tutti i regolamenti interni di cui le Ferrovie devono dotarsi in quegli anni. Ci sarebbe da aspettarsi che un uomo così faccia carriera e che possa aspirare ad un più che dovuto aumento di stipendio, invece, inspiegabilmente, non riesce ad andare oltre la qualifica di sotto-capoufficio, dato che gli rifiutano gli avanzamenti cui avrebbe diritto, se non altro per anzianità. Gli fanno sputare sangue anche sui turni di lavoro e sugli straordinari, in una parola cercano di rendergli la vita impossibile per il semplice fatto che lui non fa mistero della propria fede e non si piega a ricatti o a compromessi. In un periodo in cui la massoneria serpeggia nelle alte gerarchie delle Ferrovie, Paolo è antimassone dichiarato, fonda o dirige associazioni antiblasfeme, combatte il turpiloquio, è l’anima delle associazioni cattoliche di quella seconda metà dell’Ottocento torinese. Come se non bastasse, è legato da fraterna amicizia e da profonda sintonia spirituale con le figure eccellenti del cattolicesimo dell’epoca, da don Bosco al Murialdo, dalle sorelle Comoglio a  Giuseppe Toniolo e Faà di Bruno. Come a dire: i santi non spuntano come funghi e, da vicino o da lontano, si conoscono, si stimano e si aiutano a vicenda. Se Paolo vivesse oggi, il suo sarebbe un caso di mobbing da portare in tribunale, ma in un periodo in cui i diritti dei lavoratori fanno ancora fatica a farsi strada lui reagisce a modo suo all’indiscutibile discriminazione che i superiori esercitano a suo danno: svolgendo nel più scrupoloso dei modi il suo servizio, non badando ad orari, turni, riposi e festività, tutto orientato a trasformare il suo lavoro in mezzo di santificazione, come gli insegna anche la spiritualità francescana di cui è permeato come iscritto al Terz’Ordine. Per piacere, però, non chiamatelo crumiro e neppure desistente, piuttosto uomo dalla schiena diritta e dalle spalle larghe, che tutto sopporta con invidiabile serenità e inalterata fede in Dio, attingendo forza dall’Eucaristia, ricevuta e adorata, perché, tra l’altro, si è fatto promotore dell’adorazione quotidiana, fondando e presiedendo un’arciconfraternita, ancora oggi viva e operante. Forse in linea con lo stile di vita sobrio e austero che si è imposto, certamente in armonia con la sua coscienza di cattolico paziente e mite, rinuncia a far valere i propri diritti, ma non dimentica quelli dei colleghi e nel 1910 figura tra i fondatori del primo sindacato cattolico dei ferrovieri, per i quali fa stampare anche un periodico, “Il Direttissimo”. Mette la sua penna a servizio della stampa cattolica e il suo portafoglio a disposizione dei poveri, primi fra tutti i colleghi bisognosi, le loro vedove e i loro orfani, mentre le Conferenze di San Vincenzo torinesi lo annoverano tra i loro confratelli più fedeli e generosi. Dopo 47 anni di servizio neppur adeguatamente remunerato, Paolo viene collocato in pensione anticipata con due soli giorni di preavviso, per il semplice fatto di aver osato denunciare ai superiori i soprusi fino a quel punto subiti. Gli rovinano così anche la pensione e a nulla serve un ricorso al Consiglio di Stato, ma non per questo Paolo perde la sua serenità, ritrovandosi anzi con più tempo da dedicare alle varie associazioni di cui fa parte, in Diocesi ed anche fuori. Muore il 22 novembre 1911, per la morsicatura di un cagnolino rabbioso e per l’errata diagnosi dei medici, che gli fanno iniziare la cura antirabbica quando ormai per lui non c’è più nulla da fare. Sepolto in un primo tempo a Nizza Monferrato nella tomba di famiglia, 40 anni dopo il “santo di Porta Nuova” ritorna a Torino come in trionfo. Nel 1998, con il riconoscimento delle sue virtù eroiche, viene dichiarato venerabile e si attende un miracolo per la sua beatificazione.
Autore: Gianpiero Pettiti


Nel centro storico di Torino vi è la parrocchia di S. Tommaso apostolo, la cui prima costruzione risale al 1100 ca., grande centro di spiritualità francescana, per l’annesso convento che per molti anni fu “Provincia Francescana”, è stata ed è inserita nel grande movimento spirituale che interessò, specie nell’Ottocento e l’inizio del Novecento, la storica città di Torino, che produsse tante figure di altissima santità, operanti specie nel campo del sociale, tanto da meritarsi il titolo di “Città dei Santi”.
Molti personaggi del secolo scorso, attendono il riconoscimento ufficiale della Chiesa della loro santità, alcuni di questi riposano nella suddetta Chiesa di S. Tommaso: le Serve di Dio Giuseppina e Teresa Comoglio, Catterina Lucia Bocchino, il servo di Dio Leopoldo Musso ed il venerabile Paolo Pio Perazzo.
E del venerabile Paolo Pio Perazzo ferroviere alla Stazione di Porta Nuova a Torino, parliamo in questa scheda biografica; per lui vale quanto affermava papa Pio XII: “Oggi non occorrono gli apologeti, ma i testimoni”, riferendosi ai nostri tempi ammalati di soggettivismo, in cui comunque l’uomo continua ad essere l’uomo di sempre, con i suoi pregi ed i suoi difetti.
Paolo Pio Perazzo (come ogni santo) è stato e resta un testimone credibile, perché da laico impegnato, ha consumato in silenzio il suo quotidiano martirio.
Nacque a Nizza Monferrato (Asti) il 5 luglio 1846 e battezzato il giorno dopo nella parrocchia di S. Siro, al nome Paolo fu aggiunto Pio in onore del papa appena eletto Pio IX; nel 1856 e 1867 ricevé la Prima Comunione e la Cresima; la sua grande guida fu lo zio don Carlo, professore di ginnasio che Paolo Pio seguirà nei suoi trasferimenti a Villafranca Piemonte, Moncalvo e Pinerolo e in quest’ultima località, a causa della malferma salute, dopo aver conseguito il diploma ginnasiale, su consiglio dello zio, egli lasciò gli studi e nell’anno dell’Unità d’Italia, il 31 maggio 1861 a 16 anni, entrò come volontario nella Stazione ferroviaria di Pinerolo.
Soprassediamo sui punti di convergenza della sua vita di allora, con la situazione delle non grandi Ferrovie del Regno Sardo, divenute con vari passaggi Ferrovie dello Stato; proseguiamo con il 1° febbraio 1867, quando a 21 anni venne trasferito da Pinerolo a Torino (Porta Nuova) dove resterà per 41 anni.
Il 15 aprile 1908 dopo solo 2 giorni e mezzo di preavviso, venne licenziato scandalosamente senza aver raggiunto ancora il limite di età e a nulla valse il ricorso al Consiglio di Stato; vedremo più avanti il perché, intanto se avesse compiuto la carriera normalmente, avrebbe dovuto raggiungere la qualifica di Capodivisione oppure di Ispettore Capo, invece rimase per tutta la vita un Capoufficio senza avanzamento di carriera e quasi sempre con lo stesso stipendio.
La sua attività di dipendente delle tre Società Ferroviarie fu esemplare, integerrima, pur nel caos spaventoso in cui versavano allora le gestioni, cercò di dare il suo aiuto non badando ad orari, festività, turni, straordinari non pagati; stilò vari Regolamenti che ebbero un’incidenza importante nel futuro delle Ferrovie. Non si tirò indietro quando bisognava difendere i diritti di terzi e degli operai stessi contro le Ferrovie.
Non nascose mai il suo amore per la Fede e per il papa, in quei tempi di persecuzione laico-massonica, i cui esponenti e suoi superiori, conoscendo le sue idee cattoliche e la sua forza spontanea nell’affermarle nell’ambiente di lavoro, non lo favorirono mai, umiliandolo invece, con la promozione ai gradi superiori di giovani che lui stesso aveva introdotto nel lavoro ferroviario.
Il suo tempo libero fu impiegato con entusiasmo aderendo al “Circolo Giovanile Valfré”, in cui confluiva la migliore gioventù torinese, divenendo una sorgente di proposte e un animatore di iniziative apostoliche e benefiche.
Attraverso le Conferenze di S. Vincenzo e degli Operai Cattolici, poté interessarsi dei poveri. Convinto dell’importanza della ‘buona stampa’, collaborò con s. Leonardo Murialdo per la fondazione del settimanale “La Voce dell’Operaio” con il quale si potevano diffondere i principi sociali enunciati dall’enciclica “Rerum Novarum” di papa Leone XIII.
Promosse una “Lega Mondiale degli Scrittori Cattolici” suddividendoli in tre categorie: scienze, lettere ed arti, giornalismo; egli stesso scrisse innumerevoli scritti pubblicati anonimi; fondò un Bollettino mensile che dopo varie denominazioni, nel 1885 si chiamava “Crociata”, la maggior parte degli articoli del “Bollettino Eucaristico” furono opera del suo cuore.
Anima di tanta attività era la preghiera, la meditazione della Parola di Dio, l’Adorazione del SS. Sacramento nelle chiese di S. Secondo, S. Tommaso e S. Maria di Piazza; inoltre aveva una vivissima devozione verso la Madonna.
Completò il suo vivere di fervente cristiano, entrando il 19 marzo 1875 come Terziario nella Fraternità Francescana di S. Tommaso, che come già accennato era numerosa e ben organizzata, anche per la presenza di tanti frati e frequentata da tante sante figure dell’epoca, come s. Giovanni Bosco e s. Giovanni Murialdo.
In difesa del papa si scontrò varie volte con le forze ostili massoniche (era iscritto alla Lega antimassonica); divenne impegnatissimo nella raccolta dell’Obolo di san Pietro e il suo nome compariva fra i maggiori offerenti di ogni anno e questa fu la causa del mancato avanzamento di stipendio: Il “papalino Paolo Pio Perazzo” avrebbe donato l’aumento al papa.
Innamorato dell’Eucaristia, centro e fonte della sua vita interiore, accogliendo il desiderio delle Serve di Dio le sorelle Teresa e Giuseppina Comoglio, diede vita ad una nuova Associazione, chiamata “Adorazione Quotidiana Universale Perpetua”, che avesse due intenzioni: ‘risarcire’ Cristo delle offese ricevute e ‘placare’ la divina giustizia.
Dalla esuberanza del suo amore per Gesù Eucaristia, nacque l’Associazione dei ‘Paggi del SS. Sacramento’.
L’Arciconfraternita dell’Adorazione Quotidiana Universale Perpetua venne approvata dall’Arcivescovo di Torino il 23 aprile 1892, fissandone come sede primaria la parrocchia di S. Tommaso; come direttore spirituale il parroco Enrietti e approvando lo Statuto compilato dallo stesso Perazzo, che ne diventò Presidente.
Con il beneplacito dei papi Leone XIII e s. Pio X, l’Arciconfraternita con lo zelo di Paolo Pio si estese sorprendentemente prima in tutta Torino, poi anche in altre Diocesi anche straniere. La benemerita storia della Arciconfraternita continua ancora oggi, viva e fortificante, venne approvata definitivamente dal papa il 22 novembre 1911, ma Paolo Pio Perazzo che aveva tanto chiesto ciò, nell’udienza papale del 28 ottobre precedente, non poté saperlo perché proprio quella notte del 22 novembre a Torino, quasi un’immolazione, la sua vita terrena cessò, dopo la triste avventura di una morsicatura di un cane rabbioso, avvenuta proprio a Roma il mese precedente.
La sua salma fu trasportata e sepolta a Nizza Monferrato, nella tomba di famiglia. Il 30 gennaio 1925 si aprì a Torino il Processo Ordinario sulla vita, le virtù e la fama di santità del Servo di Dio. Il 19 marzo 1953 le sue spoglie furono riportate, giungendo a Porta Nuova, nella chiesa di S. Tommaso a Torino e deposte in un sarcofago; il 6 aprile 1998 fu proclamato ‘venerabile’ con il riconoscimento delle sue virtù eroiche, da papa Giovanni Paolo II.
A causa della ristrettezza dello spazio disponibile, non si può aggiungere altro in questa scheda, ma gli aspetti spirituali, di lavoratore, di organizzatore, di laico impegnato, sono tanti che si rimanda per un approfondimento biografico alla parrocchia di S. Tommaso di Torino.



Autore: Antonio Borrelli




I promotori dell'Unione Operaia Cattolica di Torino
con San Leonardo Murialdo 
Delfina Massuero, madre di Paolo Pio







Paolo Pio Perazzo a 16 anni



Traslazione della salma di Paolo Pio Perazzo
da Nizza Monferrato a Torino il 19 marzo 1953

La salma di Paolo Pio Perazzo
accolta nella chiesa di San Tommaso
a Torino
Tomba di Paolo Pio Perazzo
nella Chiesa di San Tommaso a Torino
Articolo con il quale Paolo Pio Perazzo espone il suo programma a favore dell'Opera dell'adorazione quotidiana universale perpetua.

     "E' generale nel popolo cristiano il sentimento della necessità di riparare con atti di pietà e di virtù le iniquità che allagano e desolano la terra. e, purtroppo, i mali religiosi e morali vengono ognor crescendo ed il pervertimento dilaga ognor più, invadendo ormai tutte le classi sociali, sicchè le leggi di Dio e della Chiesa non solo sono poste in dimenticanza, ma molte volte sono calpestate con furore satanico.
     Tutti convengono che un sì increscioso stato di cose non può prolungarsi, ed i buoni vivono in apprensione per i castighi, che stanno sospesi sul capo della povera umanità, se non si resarciscono le incessanti e molteplici offese che si fanno alla divinità oltraggiata.
     Il sentimento della riparazione va facendo strada nel cuore dei cristiani, ed è perciò che, specialmente in questo scorcio di secolo, sono sorte, nel seno della Chiesa opere egregie per il santo scopo, quali: La Comunione Riparatrice, La Guardia d'Onore al Sacro cuore di Gesù, l'Adorazione notturna, i Nove Uffici del Sacro Cuore di Gesù, la Lega di Riparazione, il Carnevale Santificato ecc. ecc.
     Ma queste eccellenti pratiche sono per lo più ristrette ad un manipolo di persone e formano d'ordinario il privilegio delle sole anime più ardenti. Era quindi mestieri aggiungere un'altra opera che fosse alla portata di tutti i buoni cristiani, grandi e piccoli, giovani e vecchi, padroni e operai, uomini e donne, e per ciò stesso potesse più agevolmente diffondersi per ogni dove.
     Ed a così sentito bisogno pensarono due pie povere terziarie torinesi, e "La Crociata" è lieta di farsi l'eco di questa novella pratica riparatrice che non mancherà certo di tornare assai gradita al Cuore adoratissimo di Gesù, e che per la sua semplicità può, senza difficoltà, introdursi in ogni Parrocchia e Chiesa dove Egli sta Sacramentato.
     Ecco ora alcuni cenni intorno al movente ed allo scopo della pia pratica, sulla quale richiamo la particolare attenzione dei lettori.
     Tanto nelle città, quanto nelle campagne, il Divin Redentore è dai Cristiani lasciato per una buona parte della giornata in abbandono nel SS. Sacramento dell'altare. L'amabile Gesù se ne sta chiuso e solo nelle Chiese per lunghe e lunghe ore. Nel santo Tabernacolo Egli dimora come prigioniero. Non bastò per Lui il patire e morire sulla Croce, il dare la vita e fin l'ultima goccia del suo Sangue prezioso per amore degli uomini. Questi sconoscenti ed ingrati a così grande bontà, lasciano il buon Gesù così dimenticato, senza considerare la pena che Egli prova per tanto abbandono!
     E la pia pratica di riparazione si propone appunto di ravvivare la fede nella Divina Eucarestia, centro e sintesi della religione cattolica, procurando il maggior numero possibile di Adoratori a Gesù Sacramentato, non solamente durante le quarant'ore, ma in ogni epoca dell'anno ed in particolar modo nelle ore in cui le Chiese sono lasciate deserte.
     Gli ascritti all'opera non si assumono alcun obbligo di fermarsi per lungo tempo in Chiesa per l'Adorazione; per chi non può fermarsi nè per un'ora, nè per mezz'ora, possono bastare pochi minuti. Ognuno è  perfettamente libero di regolarsi secondo il tempo delle sue occupazioni e dei suoi impegni. L'essenziale è che si faccia strada nei Cristiani un santo impegno di non passare avanti alle Chiese, anche recandosi al lavoro, o venendone, senza entrarvi e rivolgere un saluto di riconoscenza e di amore a Gesù Sacramentato, che sta qui come Padre, come amico, come fratello per ricevere i cristiani e compatir loro le grazie di cui abbisognano.
     Con questo atto di adorazione quotidiana l'opera di riparazione forma l'intensione di risarcire l'adorabilissimo Cuor di Gesù non solo delle freddezze ed ingratitudini degli uomini, ma ancora dei disprezzi e dei peccati di gran numero di cristiani, ed in particolar modo per le bestemmie, per la profanazione delle feste, e per le irriverenze ed i sacrilegi di cui si rendono purtroppo colpevoli taluni, accostandosi, senza le dovute disposizioni, alla Mensa Eucaristica, massime nel tempo pasquale.
     Siccome poi in molte località, le Chiese sono chiuse per il pericolo di profanazioni, rimanendo deserte per buona parte della giornata, così gli ascritti all'Opera si propongono, d'accordo coll'Autorità, di ovviare a tale inconveniente ed al pericolo temuto, sia mediante la custodia della Chiesa per parte di persona fidata, sia collocando una cancellata in ferro al fondo della Chiesa, come già costume per taluni Ordini religiosi ed in alcune località di campagna. Del resto, quando non si possa far diversamente, e la prudenza lo consigli, le stesse persone adoratrici possono sorvegliare perchè non succedano inconvenienti nelle Chiese.
     Inoltre, con il medesimo spirito di fede e di riparazione, gli ascritti fanno promessa di adoperarsi perchè ritornino in fiore nelle famiglie gli usi cristiani delle preghiere del mattino e della sera, dell'Angelus Domini e del Segno della Croce prima e dopo il cibo.
     Speriamo che questi rapidi cenni invoglieranno i buoni Cristiani a farsi apostoli dell'Opera dell'Adorazione riparatrice loro proposta e si adopreranno perchè essa sia senz'altro iniziata nelle Chiese da essi frequentate.
     I Terziari e gli ascritti alla Compagnia del SS. Sacramento, del S. Cuore di Gesù, i membri di Società Cattoliche, Pie Unioni, ecc., devono essere le prime reclute dell'Opera stessa, sulle quali non potranno certo fare a meno di scendere copiose le benedizioni del Signore."
                                                                         "La Crociata",  1 agosto 1890 

Bibliografia:


Titolo: Venerabile Paolo Pio Perazzo

Autore: Pier Giuseppe Pesce OFM 

Casa Editrice: elledici


























Titolo: Paolo Pio Perazzo, il ferroviere santo

Autore: Padre Giorgio Racca (francescano)

Casa Editrice: Edizioni Messaggero Padova

Anno di pubblicazione: 1991

Presentazione: Giovanni Card. Saldarini, Arcivescovo di Torino

Prefazione: Vittorio Messori










Prefazione di Vittorio Messori:

Ha scritto Padre Bernhard Haring che è uno dei simboli stessi del rinnovamento conciliare: "Ci si sbaglia gravemente se si ritiene che il Vaticano II abbia smorzato il culto dei santi o inteso svalutarne la venerazione. Al contrario, si prefisse di approfondirla e di renderla più autentica. La venerazione di quanti la chiesa ha proclamato ufficialmente santi e di quanti sono noti solamente a Dio, è parte costitutiva della nostra lode divina. Chi lasciasse da parte i santi per venerare Dio unicamente, non sarebbe più intelligente di colui che, per esaltare la grandezza di un artista, deprezzasse i suoi capolavori".


     Dunque, il tentativo di mettere in sordina, se non di cancellare, la presenza di questi testimoni esemplari del vangelo non ha nulla a che fare con il Vaticano II, ma con le sue frettolose se non errate interpretazioni.
     In effetti, anche nella diocesi torinese i "candidati agli altari" hanno ripreso, come doveroso, il loro cammino, mostrando quanto ancora possa essere positivo e attuale il loro esempio.
     Tra la folla di coloro che, nell'eccezionale "riserva" torinese, sono in paziente lista d'attesa, vorremmo oggi richiamare l'attenzione su un "servo di Dio" di nome Paolo Pio Perazzo. Nei sei volumi, comparsi sotto il titolo I Santi ci sono ancora, Padre Domenico Mondrone de "La civiltà cattolica" scriveva: "Nel 1961 fu emesso il decreto per l'introduzione della causa di beatificazione del Perazzo. Tuttavia, egli non è conosciuto, nessuno parla o scrive di lui per divulgarne gli splendidi esempi". In realtà, anche qui qualcosa si sta muovendo e ne fa fede questa nuova biografia scritta da padre Giorgio Racca, ofm, a distanza di un sessantennio dalla prima scritta da padre Mariano Manni, ofm.
     Perchè oggi parlare di questo "servo di Dio" quasi dimenticato? Il fatto è che in questi tempi di polemiche sui decenni dell'unità nazionale e sul ruolo svolto dai cattolici, Paolo Pio Perazzo è un perfetto esemplare di quegli "italiani seri" che non solo alla chiesa, ma anche alla patria, diedero intelligenza, lavoro, fedeltà, dedizione. Ricevendo, però, da quella patria medesima, derisioni, umiliazioni se non persecuzioni, perchè rei di essere "papalini"; per l'unica colpa di affiancare a uno straordinario impegno professionale a servizio della collettività l'appartenenza a viso aperto alla comunione ecclesiale.



     Nato a Nizza Monferrato nel 1846 e morto nel 1911 a Torino (perchè morsicato per strada, a Roma, da un cane idrofobo: proprio lui che era stato a lungo tormentato da apparizioni demoniache sotto forma di bestie minacciose), Perazzo fu giornalista, scrittore, organizzatore di sindacati cattolici, terziario francescano, socio vincenziano, apostolo dell'Opera dell'adorazione eucaristica quotidiana. Si deve anzi soprattutto al suo entusiastico lavoro se quell'Opera prese vita e assunse dimensioni internazionali.


     Ma a queste attività dedicava praticamente solo le notti. Di professione, in effetti, fu ferroviere e costituì uno dei più scandalosi esempi della sorte che toccò a molti cattolici inseriti in organizzazioni dove (per dirla col suo primo biografo) "si misuravano gli uomini colla squadra e col triangolo massonici".
     Entrato in ferrovia, quindicenne, nel 1861, come "volontario" (lavorando cioè gratuitamente nella speranza di essere poi assunto), cominciò da lì quello che Padre Mondrone non esita a chiamare "un calvario". Approfittando infatti della sua straordinaria intelligenza, del suo talento organizzativo, della sua dedizione senza limiti al dovere, l'amministrazione lo caricò di impegni di grandissima responsabilità, senza però mai riconoscergli nè il grado nè lo stipendio. Solo dopo venticinque anni di gravosissimo lavoro fu fatto capo ufficio, mentre i giovani che egli stesso aveva formati erano già molto più avanti e mentre sotto di sè aveva dipendenti con stipendio superiore al suo. Da lì, comunque, per altri vent'anni non si mosse più, divenendo la favola delle ferrovie, essendo il più anziano rimasto in quel grado, al minimo dello stipendio. In anticipo, poi, e con un preavviso di due soli giorni, fu mandato in pensione per non riconoscergli quell'aumento di grado e di retribuzione che ormai tutti i dipendenti chiedevano a gran voce. Per sprezzo, fu il solo a cui non venne riconosciuta la tessera di libera circolazione. Costrettovi dagli amici ricorse al Consiglio di stato ma, per dirla ancora col Mondrone, "anche qui la longa manus della massoneria infierì con un colpo di grazia", scandalosamente respingendo il ricorso.
     Per decenni era stato a tal punto oberato dal lavoro (una dozzina di ore al giorno e per anni senza riposo domenicale e senza ferie), che ne ricavò una congestione cerebrale. La retribuzione dovutagli gli fu sempre rifiutata con la singolare motivazione che, destinando egli parte dello stipendio all'Obolo di San Pietro, era dannoso alla causa nazionale dargli il salario intero. Lagnatosi una volta per un  ennesimo sopruso, l'amministrazione rispose con questi testuali parole: "Il vangelo comanda che si porga sempre l'altra guancia. Osservi dunque il vangelo, lei che ne è il seguace fedelissimo!". E molte volte i dirigenti gli ripetevano per scherno: "Rassegnazione, monsù Perazzo, la sua morale cattolica raccomanda rassegnazione!". E intanto, sulla sua scrivania rovesciavano altre pratiche, da lui disimpegnate con tanto impegno e capacità che per decenni le ferrovie italiane funzionarono con i regolamenti da lui escogitati.   
     Eppure, dimentico di chiedere giustizia per sè, si batteva per quella degli altri; giunse a dare parte del suo misero stipendio ai colleghi che non avevano ricevuto un aumento; o ad ospitare gratis in casa aspiranti ferrovieri che, a Torino per i concorsi, non potevano permettersi l'albergo. Ed era sempre in giro per uffici non per curare la sua carriera, ma per difendere i diritti di vedove e figli di ferrovieri. Il "santo della stazione", come lo chiamò la voce popolare. Uno di quegli esemplari dell'Italia "reale", quella cattolica, che dall'Italia "legale", quella della settaria casta oligarchica che gestiva il potere, non ebbe che persecuzioni e beffe in cambio del fedele servizio al paese.

VITTORIO MESSORI 

giovedì 13 dicembre 2012

Chiara Corbella Petrillo (1984- 2012) - Sposa e Mamma Coraggio

" Alle mamme vorrei
dire che conta il
fatto di avere avuto
il dono del figlio, 
non il tempo che ci 
è riservato di
starecon lui".

Link aSito ufficiale di Chiara Corbella Petrillo
Link aChiara Corbella Petrillo - OFM Assisi



La storia di Chiara Corbella Petrillo, mamma coraggiosa, ha commosso l'Italia intera. La giovane ventottenne romana ha preferito salvare la vita di suo figlio Francesco, piuttosto che preservare la sua. Al quinto mese di gravidanza le era stato diagnosticato un carcinoma, i medici sono stati subito chiari "o la gravidanza o le cure". Chiara ha scelto la gravidanza e solo dopo aver dato alla luce Francesco ha potuto sottoporsi alle sedute di chemio. Ma, il 13 giugno 2012,  il suo cuore ha ceduto. Chiara non ce l'ha fatta. A ricordare per sempre il suo amore per la vita ed il suo coraggio rimangono il marito Enrico e il figlioletto Francesco.

          Il percorso di questa mamma coraggiosa e dalla fede incrollabile inizia qualche anno fa. Dopo aver conosciuto Enrico durante un pellegrinaggio a Medjugorie, i due si sono innamorati e nel 2008 si sono sposati. subito dopo il matrimonio arriva la prima gravidanza di Chiara, che viene accolta con grande gioia dalla famiglia. Ma a frenare gli entusiasmi arriva la notizia che la bambina, per cui era stato scelto il nome di Maria, presenta una grave malformazione. Già dalle prime ecografie è evidente che Maria è affetta da anencefalia (malformazione che provoca la totale assenza di calotta cranica intorno al cervello). Il papà e la mamma non si perdono d'animo e fanno nascere ugualmente la bambina, che muore dopo soli 30 minuti dal parto. Nonostante ciò la grande fede di Chiara le permette di vivere la gravidanza serenamente e di goderne ogni giorno.

          Poco dopo, una seconda gravidanza riporta la speranza nei cuori dei due genitori. questa volta si tratta di un maschietto, Davide, a cui però, come per la sorellina, viene diagnosticata una malformazione agli arti inferiori del corpo. Il bambino nasce senza gambe e muore dopo poco tempo. Nonostante le sofferenze per la prematura morte dei due bambini, Chiara ed Enrico dimostrano ancora grande forza e voglia di donare la vita. Dopo poco, infatti,  Chiara è di nuovo incinta, Il bambino, Francesco, si rivela sano fin dalle prime ecografie. Fino al quinto mese la gravidanza prosegue serena, quando a Chiara viene diagnosticato un carcinoma, scoperto dopo una grave lesione alla lingua. 

          I medici sono stati immediatamente chiari "o la gravidanza o le cure". Chiara ha scelto la gravidanza e solo dopo aver dato alla luce Francesco ha potuto sottoporsi alle sedute di chemio. Nascerà Francesco bellissimo e sanissimo. Chiara comincia le cure ma è troppo tardi. Il resto del tempo che le resta è fatto d'amore, di preghiera, di dolore e di offerta. La famiglia prega insieme: Enrico suona la chitarra e Chiara canta i Salmi al suo piccolo e amatissimo Francesco. Tutti i giorni fin quando il Padre Celeste che è nei Cieli le concederà di chiudere gli occhi e nascere al Cielo. 

          I suoi funerali si sono celebrati il 16 giugno 2012 presso la parrocchia di Santa Francesca Romana su Via Ardeatina. C'erano migliaia di persone, anche il cardinale vicario, Agostino Vallini, non ha potuto trattenere le lacrime. 
Tratto da "Operazione Vita n° 32"

Il 13 giugno 2012, festa di S. Antonio di Padova,  è nata una Stella in Cielo.
Chiara Corbella Petrillo prega per noi.
          

          


Pubblicazioni:


Titolo: Siamo nati e non moriremo mai più - Storia di Chiara Corbella Petrillo

Autori: Simone Troisi  e Cristiana Pccini

lunedì 3 dicembre 2012

Padre Dalmazio Colombo - OFM - Groppello di Cassano d'Adda 19 maggio 1919 - Milano 8 novembre 1987


Biografia di Padre Dalmazio Colombo, ofm, tratta dalla pubblicazione di  Venanzio Tresoldi, ofm


Padre Dalmazio Colombo
Una vita per la Parola
Nuova editrice Delta

Presentazione  di Padre Tarcisio Colombotti - OFM - Ministro Provinciale

     Da sempre ho desiderato una pubblicazione a ricordo del carissimo P. Dalmazio Colombo del quale fui alunno per nove anni consecutivi ed al quale devo tutta la mia gratitudine per la scienza letteraria, artistica e biblica che mi ha comunicato con indicibile entusiasmo, amore e competenza.     Nel decennio della sua morte (08.11.1987) mi decisi a parlarne con alcuni frati i quali mi incoraggiarono ad attuare quel desiderio. Così incaricai Padre Marcellino Ripamonti di raccogliere il materiale necessario per concretizzare l'opera che ora viene alla luce.
     Si tratta di testimonianze vive scritte da coloro che hanno conosciuto e vissuto in fraternità con Padre Dalmazio, ma anche della sua produzione biblica magistralmente presentata da Padre Marcellino con la sua nota vivacità e passione per la S. Scrittura, accompagnata da due testi originali dello stesso Padre Dalmazio.
     Un volumetto prezioso perchè capace di far rivivere la figura amabile e intelligente del caro confratello che ha vissuto con intelligenza e cuore la parola di Geremia che dice: "Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia della mia vita" (Ger. 15,16).
     Ringrazio di cuore Padre Marcellino per le energie che ha speso a servizio di questo lavoro ben riuscito e certamente utile a conservare la memoria di un frate che ha servito la Chiesa e l'Ordinecon dedizione assoluta allo studio della Sacra Scrittura e all'insegnamento serio e apprezzato anche fuori dall'Ordine dei Frati Minori Un grazie sincero anche all'Archivista Provinciale Padre Abele Calufetti che ha fornito il materiale necessario per questo lavoro ed a tutti coloro che hanno generosamente collaborato con i loro contributi.




Introduzione di Padre Marcellino Ripamonti


"Parlare di Padre Dalmazio Colombo"

     Quando alcuni mesi fa il Provinciale mi chiese di scrivere di Padre Dalmazio, morto nel 1987, non dissi di no; ma, ripensandoci, mi accorsi del grave impegno che mi assumevo; varie le ragioni! Non ero mai stato in comunità con P. Dalmazio. Gli incontri con lui furono occasionali: funerali, capitoli, convegni. Ebbi occasione di ascoltare brevi spiegazioni di passi biblici, commenti a letture liturgiche, nient'altro.
     Qualche volta entrai nella sua stanza: vidi le cartelle di appunti in calligrafia rotonda, a vari colori, le sue cassette musicali, le sue dispense, le sue foto, ma non mi riuscì mai di trattenermi su qualche argomento biblico che mi stava a cuore.Tutto questo mi sembravano solo briciole: avrei potuto presentare Padre Dalmazio come un pane croccante, desiderabile, odoroso?
     Mi venne, allora, di pensare quando la mamma mi diceva di raccogliere le briciole, anche da terra, quando, poche volte alla settimana, si spezzava il pane bianco. Il pane, formato pagnotta, diceva la mamma, è fatto di tante briciole, e nessuna deve perdersi. Proprio come fa il prete, che dopo la comunione, raccoglie anche i frammenti più piccoli.
    Padre Dalmazio rivive in queste briciole (si fa per dire, infatti sono veramente grossi tozzi di pane) raccolte dalla memoria, stima, affetto di confratelli.
     Più di me hanno avuto la fortuna di conoscerlo, di viverci insieme, di sedere alla mensa della sua scienza e sapienza biblica, ascoltando le sue lezioni, i suoi cammini nei campi dell'arte, della cultura e letteratura greca e latina, dell'archeologia, della musica, della natura fissata, spesso, nelle foto.
     L'impressione potrebbe essere quella di un mosaico a cui manca qualche tessera, mentre si corre il rischio del ripetitivo.
     Ma questo succede anche quando l'autore è uno solo.
     La figura di P. Dalmazio è molto più ricca e complessa di quanto possa essere apparso a chi è vissuto con lui.
     quando nel futuro, ce lo auguriamo, qualcuno toglierà dall'archivio provincializio l'abbondante materiale raccolto nella sua stanza dopo la sua morte, e così accuratamente ordinato dall'Archivista Padre Abele Calufetti, si accorgerà di quanta ricchezza era fornito Padre Dalmazio.
     Il suo studiare, indagare, ricercare, tradurre il Libro Sacro scavava in lui capacità di leggere e capire quanto lo Spirito semina nel mondo. Nasceva qui la sua gioia, il suo godimento per la bellezza, la sua contemplazione, le sue "estasi" (la parola non è volontariamente caricata, ma usata nel suo significato primo) nell'aggirarsi per i sentieri della creazione.
     Aveva capito molto S. Francesco, di come il frate deve dedicarsi allo studio.
     Nè si può tacere, accettando il rischio di ripetersi, la sua attenzione, il suo amore alla Vergine Maria, attraverso i Libri Sapienziali e i Vangeli.
     La passione che l'aveva spronato tutta la vita fu l'insegnamento. Ad esso ha dedicato tempo, intelligenza, studio, ricerca, disagi di viaggi, in ogni stagione.
     Le sue lezioni, conservate nell'Archivio, quasi tutte scritte a mano, sono una testimonianza di come Padre Dalmazio ha trafficato i suoi talenti.
     Parlare di lui, come si è fatto, non è solo un atto di riconoscenza, ma un rendimento di grazie a Dio di avercelo dato.
     L'ordine con cui i vari contributi, qui stampati, si capisce da sè. Non c'è stato un anteporre o un postporre dettato da motivi che non fossero quelli di presentare, in modo completo, la figura del Confratello.
     Ripensando all'opera di Padre Dalmazio si deve sottolineare che ad essa è mancata la "circolazione", cioè quel riversarsi nei vari rami della teologia; è stata una sorgente abbondante che si è scavata un percorso, senza riuscire ad alimentare altri corsi o riceverla. Il presupposto era uno studentato teologico provinciale dove gli insegnanti delle varie discipline teologiche potessero alimentarsi a vicenda.
     gli studenti che beneficiavano, per primi, di tanta ricchezza, non erano certo nella condizione di operare nell'ambito interdisciplinare.
     Padre Dalmazio è rimasto come isolato scalatore di cime luminose, senza mai entrare in cordata. Le intuizioni e le letture, specialmente mariane, dell'Antico Testamento sono rimaste circoscritte a uno studio in funzione della scuola ma non in quella della predicazione, che fu sempre una fondamentale attività della Provincia.
     Senza rifarci ai secoli di S. Bernardino da Siena, del Beato Bernardino da Feltre o del nostro Bernardino da Bustis, molti Confratelli di una certa età potrebbero fare un elenco di predicatori nostri scomparsi da non molto, che, pur non avendo una ricchezza biblica, sapevano predicare teologia.
     Quando Padre Dalmazio, superando le difficoltà della pronuncia iniziò a predicare, soprattutto nella forma omiletica, tutti si accorgevano cos'era in lui la passione intelligente della Bibbia.
     Da qui scaturisce una proposta: stampare le sue opere in uno o più volumi perchè non vada perduta neppure una briciola.

Padre Dalmazio Colombo
     
       L'Autore: Padre Venanzio Tresoldi fu compagno d'infanzia, di collegio, di studi, di sacerdozio di Padre Dalmazio Colombo. Più di ogni altro ha potuto conoscerne tutti gli aspetti di carattere, di intelligenza, di vita. Con felice memoria, ne ha tracciato un profilo completo. Senza questa memoria, di P. Dalmazio si conoscerebbe molto poco. Grazie, P. Venanzio.
Riportiamo una breve biografia di Padre Dalmazio tratta dalla pubblicazione di cui sopra e alla quale si rimanda come insostituibile biografia di  Padre Dalmazio:
La dimora delle fate
Gruppo del Brenta
(foto e didascalia di Padre Dalmazio)




Salita al Sinai
(foto e didascalia di Padre Dalmazio)



Un sorriso per Lei
(foto e didascalia di Padre Dalmazio Colombo)


  • 1919 19 maggio - Nasce a Groppello_d'Adda e viene battezzato con il nome di Enrico.La famiglia abita in paese, lungo la via che costeggia il Naviglio della Martesana, in una delle corti più antiche di Groppello. Nasce in una famiglia numerosa (sette tra fratelli e sorelle), buona, onesta, stimata, povera ed operosa. 
  • 1930 3 settembre - Entra, giovanissimo, a seguito di una precoce vocazione, nel Collegio Serafico Missionario di Seiano. Si ambienta benissimo e inizia a frequentare la prima ginnasio in una classe di 25 ragazzi. Enrico si distingue subito per intelligenza e memoria; per il latino e l'italiano è sempre il primo.
  • 1930 8 dicembre - Nel giorno dell'Immacolata fa la vestizione di fratino. Per il 7° centenario della morte di S. Antonio di Padova fa parte della Schola Cantorum nel Santuario di S. Antonio a Milano.Riesce molto bene negli studi ed è sempre disponibile ad aiutare i compagni meno dotati.

  • 1939 1 ottobre - inizia il primo anno di Teologia a Busto Arsizio. Da questo momento si dedica quasi esclusivamente alla Sacra Scrittura, allo studio della Bibbia, sotto la guida di Padre Venceslao. Si applica allo studio del greco e dell'ebraico.
  • 1942 giugno - E'ordinato sacerdote dal Cardinale Schuster. Grande festa a Groppello. Festa di un giorno di guerra, pieno di ansietà, ricco di privazioni. Manca anche Padre Massimo, cappellano degli alpini in Alto Adige; mancano quasi tutti i suoi compagni di leva perchè al fronte.
  • 1945 gennaio - Ha una brutta avventura: il Gamba de legn che lo porta a Gorgonzola come aiuto a Padre Venanzio per le confessioni (durante le Quarant'ore), è mitragliato a Villa Pompea da un aereo inglese verso le 9 del mattino. Il Padre riesce a saltar fuori dal finestrino della vettura, ma nel trambusto si rompe gli occhiali (per lui indispensabili!). Arriva in Chiesa a Gorgonzola mezzo tramortito. Torna a Milano, nel pomeriggio del giorno seguente, a piedi, sulla strada coperta di neve, facile bersaglio di aerei. Nello stesso anno inizia la sua grande passione per la fotografia di cui in seguito si impratichì perfettamente e... per le bocce... Si innamora anche delle opere d'arte (pittura, scultura, musei, chiese, stampe...), ma non è riuscito ad approfondire molto la Storia dell'Arte.
  • 1945 settembre - Approda a Roma, dopo un viaggio avventuroso durato due giorni e una notte accucciato nel rimorchio di un camion, per studiare la Sacra Scrittura all'Ateneo Antoniano. Studia intensamente, con passione, diventa più espansivo ed esuberante, nonchè capocoro della brigata dei cantori del terzo piano dell'Ateneo, luogo di amicizia e di libertà ma insieme di rispetto e di studio. A roma, in seguito, frequenta anche il Pontificio Istituto Biblico dove ha come Professori P. Alonso Schökel, e Padre Agostino Bea s.j. Padre Bea gli vuole sinceramente bene e tanto è gentile e disponibile verso di lui e altrettanto è severo negli esami.
  • 1948 estate - Nella Casa Alpina del Passo del Tonale, in due mesi, legge quasi tutte le opere filosofiche di    Platone (in greco) e di Cicerone (in latino), perchè - dice - mi servono per la tesi. Apprende anche il francese (bene) e l'inglese e studia anche il tedesco.
  • 1950 - Frequenta a Gerusalemme lo "Studio Biblico Francescano" dove ha come professori (tra gli altri) P. Donato Baldi e Padre Bellarmino Bagatti di cui diventerà grande estimatore per l'intuito (infallibile) archeologico e l'esemplarità della vita, e diverrà un suo buon amico.
  • 1951 - Pubblica due articoli sul Libro della Sapienza nel "Liber Annus" a Gerusalemme. 
  • 1953 - Torna definitivamente in Provincia. Insegna la Bibbia a Busto Arsizio, latino e greco nei Licei di Cividino, di Monza e di Sabbioncello.
  • 1964 - "Salmi - Cantico dei Cantici, Sapienza" in "La Sacra Bibbia", Garzanti, Milano 839-1180
  • 1965 - Insegna a Varese
  • 1968 - Insegna a Torino presso vari Istituti. A Torino alloggia nel convento provincializio di S. Antonio dove era beneamato dai Confratelli a motivo della sua giovialità davvero accattivante. In questi anni collabora alla traduzione della Bibbia dai testi originali in italiano. Questa Bibbia "Francescana" fu pubblicata dall'Editore Garzanti ed è considerata una delle migliori. Padre Dalmazio traduce e commenta i Salmi, il Cantico dei Cantici, il Libro della Sapienza e qualche altro.Ma è sempre pronto anche a scrivere articoli spicci riguardanti la Scrittura, aggiungendovi preziose annotazioni per una comprensione più approfondita dei testi originali. Insegna anche presso l'Istituto Teologico. A Torino Padre Dalmazio incontrò più volte il Prof. Maraldi, altro specialista di Bibbia e degli Apocrifi.
  • 1977 - Viene pubblicata a Vercelli dal Centro Mariano Chaminade l'Opera "Le donne nella Bibbia" di Padre Dalmazio. Sono 126 pagine che si leggono in un fiato, tanto sono interessanti: le tappe del cammino della donna per giungere a Gesù. La presentazione dell'opera è di Padre A. Miorelli S.M.
  • 1979 - Viene pubblicato dal Centro Mariano Chaminade il volume di 210 pagine che ha per titolo "Maria - Nei libri Sapienziali". Ora si sa che gli studi biblici di padre Dalmazio sulla Madonna non sono solo passione di studioso ma ricerca amorosa (amore e stima) della presenza di Maria in tanti altri passi della Bibbia oltre quelli già accettati dalla tradizione liturgica della Chiesa.
  • 1982 estate - chiede a Padre Venanzio Tresoldi  - missionario in Somalia - alcuni canti somali d'amore da porre in appendice, come omaggio alla Missione in Somalia, a un breve commento sul Cantico dei Cantici che aveva pronto da dare alla stampa.
  • 1982 - Viene pubblicata a Vercelli dalle Edizioni Marianiste l'Opera "Presenza di Maria in Luca 1 - 2". ..."Luca attesta essere stata Maria un'autentica discepola della Parola, una sua autentica interprete, una sua fedelissima trasmettitrice...".
  • 1983 - viene pubblicato a Vercelli dalle Edizioni Marianiste - Centro Mariano Chaminade il 3° studio di Padre Dalmazio che ha per titolo "Maria figlia di Sion". E' un volume di 118 pagine. Il titolo dato a Maria di Figlia di Sion  affonda le sue radici nell'Antico Testamento, in particolare nei testi dei Profeti Michea, Sofonia e Gioele. E' proprio su alcuni passi di questi Profeti che Padre Dalmazio concentra il suo rigoroso studio esegetico.
  • 1985 - "Cantico dei Cantici" commento di Padre Dalmazio Colombo - Queriniana Editrice  Brescia.
  • 1987 8 novembre - Padre Dalmazio muore per infarto. Al suo funerale, nella Basilica di S. Antonio a Milano, c'era una moltitudine di Frati. Era presente anche Monsignor Salvatore Colombo, Arcivescovo di Mogadiscio, assassinato nel 1989 a Mogadiscio. Le spoglie mortali di Padre Dalmazio riposano nel cimitero di Groppello d'Adda nella bella Cappella Funebre che fu  dell' Arcivescovo Luigi Nazari di Calabiana, divenuta poi  la Cappella del Clero, insieme a Padre Edoardo, Padre Massimo e altri beneamati Sacerdoti del paese. I suoi libri liturgici sono stati sistemati nella piccola Biblioteca di Baccanello. L'8 novembre 1987 è nata una Stella in Cielo. Padre Dalmazio prega per noi!

Lettera di Padre Angelico Martinoli a Padre Dalmazio dopo la sua morte:

Carissimo Padre Dalmazio,

         non sono stato tra i fortunati tuoi allievi e quello che so di te è per via di tanti incontri e discussioni, non scolastici, ma per me sempre pieni di luce e serena letizia.

     Possedevi una cultura biblica aperta a tutto il campo della cultura classica del tempo. Ma in più avevi quell'entusiasmo contagioso, da cui io stesso mi sono trovato come avvolto e a cui devo l'essemi dedicato con tanta passione - pur non essendo del mestiere - alla Parola di Dio.

     Eppure eri semplice ed umile, accessibile a tutti, senza affettazioni. La tua semplicità disarmante - ricordi? - Un giorno ti mise in serio pericolo, quando presentandoti in sembiante di fantasma ad un confratello apprensivo l'hai così terrorizzato prima, ma poi scatenato nella reazione al presunto fantasma, che solo una pronta fuga ti sottrasse al peggio.

     Non ricordo una tua parola men che riguardosa, nè una tua impennata d'ira o di orgoglio. Ricordo invece la tua passione per il cantare: dal canto liturgico e religioso a quello dei cori alpini o della terra partenopea - l'immancabile "Catarì, che vieni a dicere..." -. Memorabile l'esito di un canto in lingua ebraica sul "bus" che ci portava al Sinai: sciolse il cuore e gli occhi di ghiaccio della giovane accompagnatrice ebrea e quello dell'autista spagnolo, pure ebreo, che in segno di gratitudine cantò per noi in perfetto napoletano: "O sole mio" a cui tu unisti la tua voce tenorile.

     Ero ad Alassio impegnato a un corso di esercizi a quelle Clarisse, quando mi giunse inimmaginabile la notizia che te ne eri andato con sorella morte.
Fu tale l'emozione che di getto mi venne questa poesia. Te la riscrivo se mai non ti fosse giunta ancora, nella speranza che tu mi ottenga di mantenere l'amore alla Parola di Dio. Prega per noi tutti.

     Tuo aff.mo confratello minore,
P. Angelico M.

In Memoria del confratello Padre Dalmazio Colombo
promotore d'amore alla Parola di Dio


Non sentiremo più la voce amica
della Parola
che tu indagando
alta ci offrivi a pio conforto
e amabile speranza,
nell'ora amara di sorella morte.

non canta più per noi la tua canzone
i Salmi di Jahwèh
e le sue grandi imprese.
Si è chiusa sulla terra la tua bocca
che dischiudeva a noi
fraternamente
le misteriose gioie del credente
entrato nell'intimità di Dio.

Sentivi un fuoco dentro le tue ossa
che si placava solo nell'insegnamento
ansioso di salire e penetrare
sempre più dentro le segrete cose
che disegnavi
come liturgia
su grandi fogli con aperta mano.

Ora che vedi ciò che non vediamo,
or che tu sei
quello che ancor non siamo
guidaci al vero
dove la vita è libertà di figli
dove è shalòm perenne.



Chiare fresche dolci acque.
E intorno un'aria gelida dall'alto sussurra pei rami del melo,
e dalle frondi stormenti piove sapore.
(Saffo)