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venerdì 11 marzo 2016

Pietro Salvatore Colombo, OFM, vescovo di Mogadiscio, Somalia, martire, assassinato il 9 luglio 1989

"Come incenso al Tuo cospetto"

Monsignore Salvatore Colombo, vescovo di Mogadiscio, Somalia

Monsignore Salvatore Colombo nasce a Carate Brianza il 28 ottobre 1922.
Viene chiamato Pietro al fonte battesimale dai genitori Luigi Colombo ed Ernestina Farina. E' l'ultimo di 5 figli. L'infanzia trascorre serena, nella cascina della pianura lombarda. Il rosario serale  riunisce la famiglia nella devozione alla Santa Madre di Dio.
Nel 1933, a undici anni, entra nell'Ordine dei Frati Minori di Lombardia.
In piena guerra mondiale fra Salvatore prosegue i suoi studi teologici nel convento di sant'Antonio a Milano, in via Farini 10, dove ora riposano le sue spoglie. 
Il 20 agosto 1944, nella stessa chiesa di Sant'Antonio, fra Salvatore si consacra per sempre a Dio nell'Ordine francescano, emettendo la professione solenne.
Ordinato sacerdote nel 1946 dal beato cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, l'anno dopo, il 30 marzo 1947,  parte per la Somalia dove fonda diverse stazioni missionarie.


Mons. Colombo si difende dalle affettuosità di una leonessa. 
Nel 1960 in Somalia scoppia la rivoluzione socialista e nel 1972 vengono confiscate e nazionalizzate scuole, ambulatori e tipografie della missione. Rimangono solamente la chiesa e la cattedrale. Rimangono anche due piccole comunità di suore che si occupano di un asilo e di un lebbrosario. Qui lavora per oltre 40 anni Padre Pietro Turati (clicca qui), compagno di monsignor Colombo, che sarà poi assassinato nel 1991. Nel 1976 Paolo VI  elegge Salvatore Colombo a vescovo della diocesi di Mogadiscio.  Inizia così una vastissima opera di carità verso i profughi dell'Ogaden  e verso la gente più abbandonata della Somalia realizzando molti progetti di promozione umana e sociale come testimonianza del Vangelo in mezzo a quelle popolazioni totalmente islamiche.


Mons. Colombo riceve un dono da una suora
Cattedrale di Mogadiscio - Monsignor Colombo impartisce i sacramenti della Santa Eucarestia e della Cresima

Martire della carità, il 9 luglio 1989, viene ucciso vicino alla cattedrale di Mogadiscio, mentre all'interno si celebra l'Eucarestia e si prega "Agnello di Dio che togli i peccati del mondo".
Leggiamo quanto scrive a proposito dell'assassinio di Monsignor Colombo, padre Massimiliano Taroni, allora giovane francescano in Somalia nel libro "Monsignor Salvatore Colombo", edito da VELAR "... sono le 19,15 ed io, rassegnato al fatto di non aver accompagnato padre Salvatore (alla chiesa del Sacro Cuore), partecipo alla Santa Messa in italiano in Cattedrale; mi trovo al primo banco, a pochi metri dal luogo dove P. Salvatore offrirà la sua vita, versando il proprio sangue.
E' il momento dell"Agnello di Dio" e nella Cattedrale si sente un colpo forte e secco, uno sparo uno sparo che risuona fragoroso destando sgomento: subito fra Paolo Guzzi, avendo sentito gridare "aiuto!" esce all'esterno; dopo pochi istanti lo si vede rientrare affannosamente e dirigersi verso il sacerdote sull'altare. Intuisco che qualcosa di grave deve essere successo ed anch'io corro velocemnte fuori dalla Cattedrale, subito seguito da fra Paolo, da P. Venanzio Tresoldi, che ha interrotto la S. Messa e da due suore. Una terribile scena ci si presenta: è ormai buio da quasi un'ora, ma il corpo del Vescovo accasciato al suolo lo si scorge bene a causa del candido abito bianco che indossa. Giace nell'aiuola accanto alla stradina che conduce ai garages con il corpo colpito mortalmente. Mentre mi inginocchio e gli prendo le mani, un brivido m'assale, un brivido che mi congela lo sguardo e il cuore. Padre Venanzio ancora rivestito dei Sacri Paramenti, porge l'assoluzione a Padre Salvatore, quindi ritorna in chiesa per terminare la Messa. Io e fra Paolo invochiamo affettuosamente "Monsignore, Monsignore!". In quell'istante accorre anche don Palmiro, un sacerdote-medico ospitato dal monsignore; s'inginocchia anch'egli e. accostandosi al viso privo di sensi, riesce a percepire un lieve respiro: è ancora vivo. Io e fra Paolo corriamo precipitosamente in cantina a prendere una barella e, in un batter d'occhio, adagiatovi P. Salvatore, lo portiamo all'interno della casa, in quella stessa sala dove accoglieva i suoi ospiti e dove in mattinata ha accolto anche il killer che lo avrebbe poi assassinato... P. Salvatore è ora cosciente, si muove e a tutti rivolge il suo paterno sguardo che mai dimenticherò e che sempre ho impresso in mente. Quei suoi occhi così espressivi e dolci sembrano dire: Vi ho voluto bene, ora vi lascio...".I giorni successivi all'assassinio sono giorni tremendi e intensi... Dall'Italia giungono tre frati: il P. provinciale di allora, P. Arcangelo Zucchi, P. Giorgio Bertin e fra Gianni Losio ... I funerali sono fissati per il giorno 15 luglio. Dalle autorità giunge l'ordine che avvengano in gran segreto di sera durante il coprifuoco. Giunge pure il nunzio apostolico da Kartoum, Mons. Roblez Dias. Sono le 21 del 15 luglio. Giunge scortato dalla polizia il feretro di Mons. Colombo su di una barella. Fra Paolo Guzzi, per anni a fianco del vescovo e abile falegname, ha costruito la cassa, semplicissima. Nella cattedrale si è preparato, nella navata di destra, il vano per seppellire il vescovo. Per strada non c'è un'anima viva. solo polizia. Nella Cattedrale sono presenti tutti i frati della missione, quattro frati di Milano tra cui il sottoscritto, il nunzio apostolico, un sacerdote bresciano, un somalo, una manciata di suore e uno dei nipoti del vescovo, allora membro del Parlamento Europeo a Bruxelles. Al termine, badili alla mano, tutti i celebranti seppelliscono il vescovo come un martire dei primi secoli.
Due anni più tardi la cattedrale è rasa al suolo e le quattro tombe dei vescovi sono scoperchiate, devastate e i resti dispersi.  Qualche settimana dopo le mani pietose di alcuni paracadutisti italiani e del loro cappellano raccolgono ciò che resta dei quattro presuli. Quattro minuscole cassette con qualche ossa restano per alcuni anni nel deposito di un cimitero, in Italia. Finalmente i resti mortali del vescovo dei poveri e del martire della carità, Monsignor Salvatore Colombo, e dei vescovi Bernardino Bigi, Fulgenzio Lazzati, Silvio Zocchetta vengono inumati. Riposano ora sotto l'altare di S. Francesco nella Basilica di S. Antonio di Padova, in via Farini a Milano. E' il 12 novembre 1997."
In un altro libro "Omicidio a Mogadiscio - L'ultimo vescovo al crepuscolo della Somalia" di Dario Paladini, a pag 31, si legge, riguardo al funerale di Mons. Colombo: "In tutto nella Cattedrale vi erano 30 persone, oltre ai frati, alle suore e al nipote, due sacerdoti ospiti del vicariato e l'ambasciatore Mario Manca accompagnato da Claudio Pacifico. L'unico somalo presente è Fulgenzio, il sacrestano, al quale spetta così il compito di rappresentare la piccola comunità cristiana locale..."


Fulgenzio (Mohamed Farak Osman prima del Battesimo), sacrestano della Cattedrale di Mogadiscio.
Fulgenzio è nato nel 1935 ed è morto a Milano il 25 maggio 2015. Per tanti anni è stato  sacrestano nella chiesa francescana di S. Angelo di via Moscova dopo la forzata fuga da Mogadiscio su un aereo italiano per sfuggire alla morte.



Riposa in pace.
Rovine della Cattedrale di Mogadiscio dopo la distruzione del 1991

Per saperne di più:


OMICIDIO A MOGADISCIO - L'ULTIMO VESCOVO AL CREPUSCOLO DELLA SOMALIA
di Dario Paladini - Introduzione di mons. Giorgio Bertin - Contributo del sen, Giovanni Bersani

Paoline, 2006
Pietro Salvatore Colombo (Wikipedia)
Il Vescovo col saio
Omicidio a Mogadiscio (CLICCA QUI PER LEGGERE IL LIBRO)
La Cattedrale di Mogadiscio
Somalia, mons. Bertin: basta fame e guerra
Aiuto alla Somalia
Guerra civile in Somalia
Somalia (Wikipedia)
Mogadiscio (Wikipedia)
Diocesi di Mogadiscio (Wikipedia)
Chiesa cattolica in Somalia


Monsignor Colombo, vescovo dei poveri e martire della carità
di Massimiliano Taroni - Editrice VELAR, 2009
Altare di San Francesco nella Basilica di S. Antonio di Padova a Milano.
Qui riposano le spoglie di Mons. Salvatore Colombo, Bernardino Bigi, 

Fulgenzio Lazzati, Silvio Zocchetta dal 12 novembre 1997
Preghiera per le popolazioni della Somalia

martedì 17 novembre 2015

Padre Pietro Turati (Nuvolera 19/10/1919 - Gelib (Somalia) 8 febbraio 1991 - Martire francescano

Con la mia voce al Signore grido aiuto,
con la mia voce supplico il Signore
Salmo 141



Padre Pietro Turati (Ordine Frati Minori) è nato in un paese del bresciano, Nuvolera, ma ha voluto morire nella sua patria d'elezione, la Somalia, a Gelib. Pur essendo in grande pericolo di vita non ha voluto lasciare i suoi lebbrosi somali, i suoi orfanelli. L'8 febbraio 1991 (data presunta della morte) è stato barbaramente ucciso, accoltellato di notte, nella sua casa, da ribelli nell'ambito della guerra civile somala che ha insanguinato il paese e che dura a tutt'oggi.
Durante questa guerra furono molti i cristiani  assassinati dagli islamici.
Il 9 luglio 1989, due anni prima, era stato assassinato l'amico fraterno di padre Pietro,  Salvatore Colombo, sacerdote francescano, da 42 anni in Somalia, vescovo di Mogadiscio.
Un colpo di pistola al cuore sparato da un assassino rimasto ignoto ha stroncato la sua  vita fuori della cattedrale di Mogadiscio.


Cattedrale di Mogadiscio prima della distruzione
Il 9 gennaio 1991 erano state assalite, saccheggiate e date alle fiamme la residenza dei missionari e la cattedrale di Mogadiscio, bruciati la preziosa biblioteca e l'archivio. Bruciati gli altari, bruciata la sacrestia, bruciato l'organo, bruciate le stanze dei missionari. Anche ministeri, ospedali, università furono distrutti. Si sparava ovunque. In cattedrale comparvero scritte anticristiane sui muri, le tombe dei vescovi furono violate e i resti dispersi. La comunità cristiana somala era dispersa. Anche l'altra chiesa cattolica di Mogadiscio, dedicata al Sacro Cuore di Gesù subì la stessa sorte. Distrutte e saccheggiate anche le residenze delle suore.   Italiani e religiosi si rifugiarono nell'ambasciata italiana che li fece trasferire su mezzi blindati all'aeroporto dove riuscirono a imbarcarsi su aerei diretti prima a Mombasa e poi finalmente in Italia.
Padre Pietro rimase assolutamente solo a Gelib con gli orfani ricoverati nell'edificio dell'ex missione. Il mattino dell'8 febbraio padre Pietro fu trovato morto in casa con ferite da coltello. Fu sepolto nel cortile della missione, per ordine del santone (capo villaggio musulmano), ed è stato sepolto con il suo vestito da lavoro tutto insanguinato. Non aveva neppure la sua bara (che tutti i missionari francescani si portano appresso quando vanno in missione), perché l'aveva regalata a un morto italiano a cui lui stesso, poco tempo prima, aveva dato cristiana sepoltura, Come Francesco, nudo nella nuda terra, spogliato di tutto.
A chi volesse approfondire la storia esemplarmente cristiana e commovente di padre Pietro Turati consigliamo vivamente  la lettura del libro "Padre Pietro Turati, martire francescano in Somalia (da cui sono state ispirate queste note) scritto da due suoi confratelli, frati minori come lui, missionari  che hanno avuto la grazia di conoscerlo e frequentarlo mentre era in vita, padre Filiberto Sabbadin e padre Massimiliano Taroni. Fra Taroni lo conobbe giovanissimo, 23 anni, a Mogadiscio nel luglio 1989, poco dopo l'assassinio di monsignor Colombo, assassinio di cui l'allora giovanissimo padre Taroni fu testimone. Tutti questi frati hanno un luogo in comune: la Basilica dedicata a Sant'Antonio di Padova a Milano in via Carlo Farini 10. Monsignor Colombo è sepolto in questa basilica all'altare dedicato a san Francesco d'Assisi. Padre Filiberto Sabbadin, missionario per 26 anni e autore di molti bellissimi libri, ha servito molti anni nel convento dei frati minori annesso alla basilica (impossibile dimenticare le sue profonde, coraggiose omelie, il suo piglio energico e nello stesso tempo misericordioso in confessionale)  e adesso riposa nel Campo XI del cimitero Maggiore di Milano, insieme ai confratelli dell'Ordine dei Frati Minori. Qui riposa anche Fulgenzio, cattolico laico somalo di Mogadiscio,fuggito anche lui dalla Somalia in quel terribile anno. Fulgenzio ha rischiato la vita (era un islamico convertito), ma è rimasto fedele al suo Gesù e ai frati. A Milano, profugo, ha prestato servizio per più di vent'anni, come sacrestano, presso la chiesa francescana di Sant'Angelo, in Moscova ed è morto il 25 maggio 2015. Padre Massimiliano Taroni, il più giovane, ha servito presso il santuario basilica di sant'Antonio come Segretario delle missioni francescane lombarde e anche lui è autore di molte notevoli pubblicazioni. Padre Pietro Turati è stato trasferito nel convento di via Farini a Milano nel 1947 per frequentare l'ultimo anno di teologia. Dopo l'ordinazione sacerdotale ricevuta il 27 giugno 1948 nel Duomo di Milano dalle mani del Cardinale Ildefonso Schuster, è partito, come da sua insistente richiesta, ai primi del mese di agosto, per la Somalia da cui non è più tornato.


Preghiera di intercessione


Per informazioni, per ricevere immagini o segnalare grazie ricevute per l'intercessione di
Padre Pietro Turati, rivolgersi a:
Segretariato Missioni Francescane lombarde - Convento di San Francesco, via S. Francesco, 7
24060 Cividino (BG)
Tel.  030 732202 - 73171
e-mail missioni@fratiminori.it

Bibliografia

Titolo: PADRE PIETRO TURATI - Martire francescano in Somalia
Autori: Filiberto Sabbadin e Massimiliano Taroni
Casa Editrice: VELAR

LINK

SANTI E BEATI
FRATI MINORI DI LOMBARDIA
EDITRICE VELAR
GOOGLE BOOKS - TESTIMONIANZA
Chiesa cattolica in Somalia - Wikipedia
Africa il paradiso perduto di Mario Tonini Bossi
Gazzetta del Mezzogiorno - I resti di 700 italiani di Mogadiscio, recuperati dall'esercito e tumulati a Bari
Diocesi di Padova - La Chiesa Cattolica in Somalia
Diocesi di Gibuti - Wikipedia
Parrocchia di Virle Treponti


La tomba di Padre Pietro Turati, 
visitata dal Vescovo di Gibuti, Giorgio Bertin




venerdì 10 luglio 2015

Beato Martin Martinez Pascual - Sacerdote (1910-1936) - Fucilato dai comunisti durante la guerra civile spagnola

Martin Martinez Pascual, nato l'11 novembre 1910 e morto il 18 agosto 1936, è stato un sacerdote cattolico spagnolo, assassinato, in odio alla fede, dai miliziani repubblicani spagnoli durante la guerra civile spagnola.
La foto sottostante è stata scattata qualche minuto prima della sua fucilazione dal fotografo tedesco  Juan Guzmàn, di fede marxista, presente sul posto e impressionato dal grande coraggio dimostrato dal giovane che non aveva voluto essere fucilato alle spalle. Aveva 25 anni. Fu beatificato il 1° ottobre 1995 e la sua festa ricorre il 18 agosto. 
Appartenente alla Fraternità Operaia del Sacro Cuore di Gesù, era stato ordinato sacerdote l'anno precedente la sua morte.
Prima di morire, come ultimo desiderio disse queste parole, rivolte ai suoi assassini: "Non voglio altro che darvi la mia benedizione affinché Dio non vi imputi la follia che state per commettere". Dopo averli benedetti aggiunse: "E ora lasciatemi gridare con tutte le mie forze: viva Cristo Re!"

Beato Martin Martinez Pascual, sacerdote, (1910-1936), qualche istante prima della fucilazione


Siti sul Beato Martin Martinez Pascual:
SANTI E BEATI
OCCHI DI CIELO DI ANTONIO SOCCI
IL BLOG DI COSTANZA MIRIANO
LA ROCCIA SPLENDENTE
CATHOPEDIA


Bibliografia:



Titolo: Avventurieri dell'eterno

Autore: Antonio Socci

Editore: Rizzoli

martedì 7 aprile 2015

I martiri della guerra civile italiana (1943-1949) - Don Luigi Lenzini, Servo di Dio (Modena 1881 - Modena 1945)

"So di essere alla tua presenza, o Gesù mio, e benché con gli occhi non ti veda, pure la Fede mi dice che Tu sei lì in quell’Ostia, vivo e vero, come lo fosti un dì sulla terra. Sì, lo credo, o Gesù, più che se ti vedessi con gli occhi, e sapendo di essere alla tua reale presenza, il mio primo dovere è di adorarti. Ti adoro con lo spirito di adorazione con cui ti adorò tua Madre, quando ti vide nato nella grotta di Betlemme. Voglio la Fede e la carità del tuo padre putativo S. Giuseppe per adorarti come meriti. Ti adoro con le adorazioni dei tuoi Apostoli e soprattutto con quella del tuo diletto Pietro, quando ti disse: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". Fa’, o Gesù, che la mia adorazione non si limiti a questo giorno, ma che il mio pensiero sia sempre vicino al tuo santo Tabernacolo".
Don Luigi Lenzini


Processo diocesano "sprint". già a Roma la causa. Nascondeva i partigiani, ma predicava contro l'ideologia comunista. Presagiva la sua fine e la confidò in predica. Fu torturato e ucciso, la sentenza di morte emessa da una cellula del PCI.

Ucciso sull'Appennino Tosco Emiliano a pochi Km dal luogo di martirio di Rolando Rivi, Don Luigi Lenzini oggi è stato proclamato Servo di Dio dall'Arcidiocesi di Modena e Nonantola. Parroco di Crocette di Pavullo (in provincia di Modena), Don Lenzini era a conoscenza del clima di aperto odio verso i preti, però riteneva che fosse suo dovere mettere in guardia i giovani contro i nemici della fede e della libertà. Al tempo stesso condannava la violenza di operazioni belliche compiute in prossimità di nuclei abitati che comportavano ritorsioni sulla popolazione civile. Fu minacciato più volte di morte. E per questo venne preso di mira: attraverso di lui si voleva dare una lezione agli altri sacerdoti, perché non prendessero posizione sui fatti concreti, ma parlassero soltanto di un'etica astratta, non riconducibile a fatti reali, altrimenti venivano accusati di fare "politica". Le sue omelie vennero regolarmente riferite alla sede del partito comunista di Pavullo in modo rozzo e tali da apparire come una severa condanna di quella parte politica. Ci fu un episodio che vide protagonista il toscano Ermanno Cirri, che nella sede del partito esclamò: "Quello è un prete da togliere dalla spesa". Lo cercò e ai suoi parrocchiani disse che "che voleva insegnargli come si doveva parlare in chiesa". Don Lenzini gli rispose che era il parroco e non poteva non fare il suo dovere. Pur minacciato di morte - spiega oggi il comitato che sostiene la sua causa di beatificazione - egli sentiva il dovere di predicare la verità; Tuttavia dava l'impressione a chi lo avvicinava, di presentire che qualche cosa di terribile stava per abbattersi sulla sua umile vita. Fu visto alcune volte in sacrestia impegnato in discussioni concitate con sconosciuti. Più volte, la domenica, spiegando il Vangelo, fece intravedere ai fedeli il dramma che si agitava nel suo cuore: "Mi hanno imposto di tacere, mi vogliono uccidere, ma devo fare il mio dovere anche a costo della vita. Il 21 luglio 1945, a guerra ormai finita, venne svegliato con il pretesto di portare i sacramenti ad un moribondo, ma capì che era un espediente, così rispose che aveva visitato l'ammalato la stessa sera e sarebbe tornato l'indomani mattina. Gli assalitori penetrarono in canonica da una finestra lasciata aperta, con una scala a pioli.  Quattro individui mascherati ed armati terrorizzarono la perpetua, la figlia e la nipote, che fuggirono in una casa vicina. Il sacerdote tentò di salvarsi rifugiandosi nel campanile e suonando la campana a  martello, ma gli assalitori cominciarono a sparare sul piazzale. Erano persone pratiche della canonica e del campanile e trascinarono giù il sacerdote in camicia da notte, lungo un sentiero nel bosco. Don Lenzini fu torturato brutalmente e assassinato. Il suo corpo semisepolto fu rinvenuto una settimana dopo in una vigna. Lo stato del cadavere fece chiaramente capire che gli assassini avevano infierito sul sacerdote con efferata crudeltà. L'unico processo del 1949 si svolse in un'atmosfera di paura e di omertà e non seppe assicurare alla giustizia umana i colpevoli, mandanti ed esecutori. Gli imputati furono assolti per insufficienza di prove. L'8 giugno 2011 viene aperto il processo diocesano e proclamato il parroco Servo di Dio. La causa è ora a Roma presso la Congregazione per le cause dei santi.
(Fonte: Don Luigi Lenzini (clicca qui) ).
Tratto dal Dossier 
"I santi martiri del triangolo della morte,
 calunniati e massacrati in nome di Cristo",


sabato 7 febbraio 2015

Beato don Francesco Bonifacio (1912-1946), vittima dei partigiani comunisti di Tito, martire della foiba

" Chi non ha il coraggio di morire per la propria fede è indegno di professarla"
(Da una lettera di don Francesco Bonifacio scritta nel 1946)


Don Bonifacio nacque a Pirano (oggi Slovenia) il 7 settembre 1912 e morì assassinato a Grisignana l'11 settembre 1946, a 36 anni, dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Gli assassini erano guardie popolari dei comunisti jugoslavi di Tito. Fu sorpreso sulla strada  del ritorno a casa, torturato e infine gettato in una foiba. Il suo corpo non fu mai più ritrovato (molti anni dopo, una delle guardie popolari, ritrovata da un regista teatrale raccontò che Don Bonifacio era stato spogliato della talare, colpito con pugni al volto, finito con due coltellate e infine gettato in una foiba).
Il processo canonico accertò che il suo assassinio fu "in odium fidei" e pertanto oltre che Beato fu dichiarato Martire della chiesa Cattolica.
Bonifacio, fin da bambino buono, paziente e umile,  ebbe sei fratelli, uno dei quali fu arrestato, dopo la sua morte, dai partigiani perché cercava e chiedeva a tutti notizie del fratello scomparso.
Frequentò il seminario a Capodistria e fu ordinato sacerdote a Gorizia nel 1936.
Durante il suo sacerdozio, pur godendo di ben poca salute,  fece parte come attivista dell'Azione Cattolica e molte furono le iniziative a favore dei giovani, degli anziani, degli ammalati e dei poveri della sua parrocchia di Villa Cardossi.
La causa di beatificazione fu iniziata nel 1957, ma rimase a lungo ferma a causa della difficile situazione politica di quelle zone e si sbloccò solo nel 1997.
La cerimonia di beatificazione è avvenuta il 4 ottobre 2008 nella Cattedrale di San Giusto a Trieste.
La sua festa ricorre l'11 settembre.


CATHOPEDIA - BEATO FRANCESCO BONIFACIO
Don Bonifacio, il primo Beato vittima delle foibe
LA BEATIFICAZIONE DI DON FRANCESCO BONIFACIO
LA TESTIMONIANZA DEL FRATELLO SACERDOTE
WIKIPEDIA
MARTIRI CRISTIANI DEL XXI SECOLO
Ricordando Don Bonifacio
Gris Imola
50 SACERDOTI FRA LE VITTIME DELLE FOIBE
UCCISIONE DI ECCLESIASTICI IN ITALIA NEL SECONDO DOPOGUERRA
MASSACRI DELLE FOIBE

BEATO FRANCESCO GIOVANNI  BONIFACIO
 PREGA PER NOI E PER LA PACE

BIBLIOGRAFIA
Titolo: Sopravvissuti e dimenticati, il dramma delle foibe e l'esodo dei giuliano-dalmati

Autore: Marco Girardo

Editrice: Paoline


Il testo di M. Girardo prende in considerazione due eventi storici riconducibili alla seconda guerra mondiale e all'immediato dopoguerra:-la sparizione nelle foibe di circa 5000 persone (soldati e civili, per lo più italiani) a opera del movimento partigiano jugoslavo, destinato a confluire nelle armate di Tito;-l'esodo verso l'Italia di circa 300mila persone (per lo più italiane) che abitavano l'Istria e la Dalmazia quando queste regioni, alla fine della guerra, furono assegnate alla Jugoslavia (trattato di Parigi, 10 febbraio 1947). Nelle pagine di questo libro, Girardo intervista tre persone direttamente o indirettamente coinvolte nelle vicende citate. Il primo personaggio è Graziano Udovisi, l'unico sopravvissuto alle foibe che sia ancora in vita, il quale racconta con impressionante dovizia di particolari quelle ore in cui la morte vicinissima gli fu miracolosamente risparmiata. Il secondo intervistato è Piero Tarticchio, esule di Gallesano, il quale, avendo perso il padre e altri parenti in una foiba, ha vissuto entrambe le drammatiche esperienze che hanno segnato la gente giuliano-dalmata.Infine la parola passa a Nata?a Nemec, una storica slovena di Nova Gorica che ha cercato di stilare un elenco dei caduti nelle foibe, sfidando in molti casi la diffidenza dei colleghi e dei connazionali.

mercoledì 5 novembre 2014

Shahzad Masih e sua moglie Shama, cristiani, arsi vivi in Pakistan il 4 novembre 2014

 ...in realtà nella Chiesa non c’è periferia, perché dove c’è Cristo, lì c’è tutto il centro. 
Discorso di Sua Santità Benedetto XVI
Piana di Montorso
Sabato, 1° settembre 2007

...Questa devozione mi rende felice. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio sforzo e in questa mia battaglia per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese...
 Dal Testamento Spirituale di 

Shahzad e Shama erano due giovani sposi cristiani (28 anni lui, 25 anni lei). Avevano quattro figli e Shama era in attesa del quinto. 
Vivevano a Chak 59, un villaggio nei pressi della cittadina di Kot Radha Kishan Tehsil a sud di Lahore nel Punjab. 
Di umile condizione, lavoravano in una fabbrica di argilla.
La recente scomparsa del padre di Shahzad ha fatto sì che Shama facesse ordine fra gli oggetti personali del suocero. Per questo motivo, ha bruciato alcuni oggetti e alcune carte ritenute ormai inutili. Un vicino di casa, musulmano, l'ha accusata di aver bruciato anche alcune pagine di un Corano ed ha avvisato altri musulmani dello stesso villaggio e di alcuni villaggi vicini.
In Pakistan è in vigore la legge contro la blasfemia, per cui chiunque può venire arrestato e anche condannato a morte (come è successo alla povera Asia Bibi) se accusato di un qualsiasi gesto ritenuto contrario o offensivo per la religione islamica, Questa legge infame e pretestuosa ha già portato alla condanna di moltissime persone. 


Una folla di circa 400 musulmani inferociti per il presunto atto blasfemo di Shama, ha sequestrato i due giovani il 2 novembre. Dopo due giorni di sequestro e di maltrattamenti, nella mattina del 4 novembre i due sposi sono stati duramente picchiati dalla folla di musulmani e spinti vivi nella fornace per cuocere i mattoni, trovandovi una morte atroce.


La mattina dopo, alcuni cristiani del villaggio hanno chiamato la polizia che ha constatato il decesso dei due giovani.
I cristiani sono il 3% della popolazione del Pakistan e continuano a rimanere fedeli a nostro Signore Gesù Cristo, nonostante le persecuzioni, anche a costo della vita.

Shahzad e Shama, Stelle in Cielo, pregate per noi e per la Pace.


Pubblicazione inerente:

Titolo: Cristiani in Pakistan. Nelle prove la speranza. Intervista a Shahbaz Bhatti
Autore: Shabaz Bhatti
Editore Marcianum Press

Anno di pubblicazione: 2008
ISBN: 978-88-89736-49-4
Prezzo € 9,00

Il libro contiene una testimonianza raccolta da mons. Dino Pistolato, direttore della Caritas veneziana, durante il suo viaggio nel nord del Pakistan qualche mese dopo il terremoto che nell'ottobre del 2005 sconvolse la regione, provocando la morte di centomila persone e distruggendo molti edifici. In quell'occasione, dovendo approntare un progetto di solidarietà del Patriarcato di Venezia con la diocesi di Islamabad, egli incontrò e conobbe Shahbaz Bhatti, un cristiano comune dedito all'opera di soccorso dei superstiti. Questo giovane pakistano - già consigliere di Benazir Bhutto fino al recente attentato assassino - è tutt'ora presidente dell'APMA (All Pakistan Minorities Alliance = APMA). Si tratta di un'organizzazione rappresentativa delle comunità emarginate e delle minoranze religiose del Pakistan.
Attraverso una conversazione scorrevole e piana si dispiega lo sguardo di fede sulla realtà: nulla viene edulcorato o, al contrario, inasprito da schemi ideologici; in tutto, anche nelle situazioni più drammatiche, si intravvede piuttosto la possibilità di "costruire" comunione, giustizia e pace attorno a sé e insieme ad ogni uomo.
Shahbaz Bhatti, nato in una famiglia cattolica, non teme di manifestare la sua appartenenza a Gesù Cristo, che anima la sua azione e la rafforza nelle prove: fede di chi si inginocchia alla presenza di Dio per stare in piedi davanti agli uomini, speranza che si tira su le maniche - non certo evasione dalla propria responsabilità sociale, semplice e sorprendente forza della carità cristiana, capace di concreta universalità. Del motivo del suo impegno egli dice semplicemente: «Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo».
Nel leggere questo breve ma intenso testo, ove si narrano vicende che avvengono in una periferia del mondo, viene in mente un celebre passo dell'insegnamento del papa Benedetto XVI: davvero possiamo scoprire ancora che "in realtà nella Chiesa non c'è periferia, perché dove c'è Cristo, lì c'è tutto il centro" e ricevere uno stimolo forte a tendere ad una più profonda educazione al pensiero di Cristo: "perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona". (2 Tim 3,17).


Don Natalino Bonazza
 lunedì 11 maggio 2009


domenica 2 novembre 2014

Sant'Ernesto di Zwiefalten - Abate, Crociato - Morto martire a La Mecca nel 1148

La religione deve essere difesa a prezzo della nostra vita, non della vita altrui.


giovedì 23 ottobre 2014

Martiri della Rivoluzione Francese



Dall'intervista di Antonio Socci a Pierre Chaunu (vedi link a fondo pagina), riguardante la Rivoluzione Francese:

- Professore, il suo libro è uscito in Francia a marzo, già da alcuni anni lei si è ribellato al coro degli intellettuali e alle ingiunzioni del potere politico, contestando la legittimità di queste celebrazioni. Perché?

- È una mascherata indecente, un'operazione politica che sfrutta le stupidaggini che la scuola di Stato insegna sulla Rivoluzione. Pensi alle bétises del ministro della Cultura Lang: "L'89 segna il passaggio dalle tenebre alla luce". Ma quale luce? Stiamo commemorando la rivoluzione della menzogna, del furto e del crimine. Ma trovo scioccante soprattutto che, alle soglie del '92, anche tutto il resto d'Europa festeggi un periodo dove noi ci siamo comportati da aggressori verso tutti i nostri vicini, saccheggiando mezza Europa e provocando milioni di morti. Cosa c'è da festeggiare? Eppure qua in Francia ogni giorno una celebrazione, il 3 aprile, il 5, il 10. È grottesco.



- Ma è stato comunque un evento che ha cambiato la storia.

- Certo, come la peste nera del 1348, ma nessuno la festeggia. Ad un giornalista tedesco ho chiesto: perché voi tedeschi non festeggiate la nascita di Hitler? Quello è sobbalzato sulla sedia. Ma non è forse la stessa cosa?



Martiri della Rivoluzione Francese
+ fine XVIII secolo


"La persecuzione religiosa subita dai francesi cattolici durante questo periodo (la Rivoluzione francese) non ha equivalenti nella storia se non le grandi persecuzioni del XX secolo. Di tutte la Rivoluzione francese è stata il modello. La persecuzione religiosa non fu solo persecuzione contro i religiosi, ma una rivolta contro il cristianesimo, con il preciso intento di decristianizzare la nazione. La maggioranza dei preti è stata assassinata o espulsa, tutte le chiese sono state chiuse per un anno e mezzo e il loro patrimonio requisito ed incamerato, 250.000 vandeani sono stati massacrati perché volevano andare alla Messa e restare fedeli a Roma".

 (Pierre Chaunu, in Stefano M. Paci,

 "Quante idiozie su quegli anni bui"

 in 30GIORNI, n° 1, gen.1987, p. 19)


 La chiesa ha avviato i processi di canonizzazione per circa un migliaio di questi gloriosi martiri e la metà di essi sono già stati beatificati a più riprese da vari papi.


Un uomo che fa a meno di Dio, uno Stato che diventa totalitario, un odio sfrenato verso la religione cattolica e la monarchia, l’annientamento del passato e il culto della dea ragione: questi i capisaldi dell’evento preso a simbolo della nascita del mondo moderno.

La Rivoluzione francese è il primo radicale tentativo di costruire una società ed una struttura statale nell’orizzonte di quella cultura che si definisce "moderna". Capisaldi di questa cultura sono: un uomo "senza Dio", assolutamente autonomo ed autosufficiente che non ha bisogno di nessun riferimento religioso per conoscere la sua identità, i principi fondamentali del suo comportamento, le regole fondamentali della vita sociale. Si definisce questo mondo culturale anche come laicismo. Padre Cornelio Fabro raccoglieva l’essenza del laicismo in questa formula: "Dio se c’è, non c’entra".

Il mondo moderno con la Rivoluzione francese ha dimostrato in modo gigantesco, negli sforzi e anche negli orrori, che era possibile creare una società e uno Stato secondo quella ragione illuministica, che è sostanzialmente una ragione scientifico-tecnologica. In particolare lo Stato costituisce l’obiettivo ultimo dello sforzo per razionalizzare la vita dell’uomo nella società. Lo Stato diviene dunque la realtà che raccoglie tutti i valori razionali, culturali ed etici: diviene dunque il vero fatto che dà valore totale alla persona ed alla società.

Si può anche dire che la Rivoluzione Francese sostituisce ad uno Stato che riconosce una dimensione religiosa della vita, uno Stato che si presenta come capace di totalizzare la società: uno stato "totalitario", appunto. È ovvio che quindi non si è trattato di una evoluzione di pezzi della società precedente, richiesta dall’apparire di nuove esigenze, di nuovi problemi, di nuove sfide. La società precedente aveva vissuto momenti di riforma parziale che l’avevano, in qualche modo, adeguata progressivamente alla evoluzione di tempi e problemi.

La Rivoluzione francese invece crea un mondo nuovo: intanto il mondo nuovo si può costruire se si distrugge il mondo del passato. Il mondo del passato (l’Ancìen Regime) è considerato dai rivoluzionari francesi come l’insieme di tutti gli errori teorici e politici, di tutte le ingiustizie personali e sociali, di quella profonda alienazione da cui appunto ‘l'uomo doveva essere liberato per l’esercizio di quello che gli illuministi avevano chiamato "il lume della ragione". La Rivoluzione francese ha innegabilmente al cuore una forza eversiva del passato: il passato deve essere distrutto, addirittura nella sua consistenza materiale, nella realtà delle sue istituzioni e dei suoi costumi, nelle grandi espressioni culturali, artistiche e poetiche: perché tutto nel passato grida lacrime e sangue e l’uomo invece non deve più soffrire.

La politica, la nuova religione, che pretenderà di imporre a tutti i francesi il culto della dea ragione, è la sola in grado di garantire "la felicità degli uomini sulla terra" (cfr. "Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino"). Ma la tradizione non era un passato, la tradizione era un presente: nella presenza della Chiesa come popolo di Dio presente nel mondo la tradizione segnava la vita della persona e della società, rivelava ancora una capacità di educazione della persona e di fondazione di rapporti culturali e sociali. Per questo motivo, dall’Assemblea degli Stati Generali (1789) fino al regicidio (1793), ed al Terrore giacobìno, la Rivoluzione francese assume un volto innegabilmente anti-ecclesiale ed anti-ecclesiastico. L’inizio di questa lotta contro la Chiesa francese è la Costituzione civile del clero (1790). La Chiesa francese, in quanto tende ad essere una struttura della vita sociale ed a proporre una cultura, una morale ed una immagine di società che nascono dalla fede, deve accettare di essere "formata dallo Stato". Mentre ufficialmente sì parla di "separazione della Chiesa dallo stato", in realtà la Chiesa viene strettamente legata alla struttura giuridica ed amministrativa dello Stato. Per essere Chiesa, la Chiesa francese deve accettare di avere un riconoscimento civile dallo Stato. Così le oltre trecento diocesi francesi vengono ridotte a meno dì cento e fatte coincidere con i dipartimenti, le parrocchie vengono forzosamente fatte coincidere con le province: vescovi e parroci vengono eletti dalle assemblee degli aventi diritto al voto (meno dello 0,5% di tutto il popolo francese). Viene spezzato il vincolo di comunione e di dipendenza dal Papa, a cui viene riconosciuto soltanto un primato di onore e non di giurisdizione.

Una infima minoranza del clero francese giura la Costituzione civile e formerà così la chiesa "giurata"; la quasi totalità del clero francese rifiuterà il giuramento (e formerà la cosiddetta "chiesa refrattaria"). Centinaia di migliaia di cattolici francesi scriveranno una delle pagine più fulgide del martirio della Chiesa nei tempi moderni. Giovanni Paolo II canonizzerà questa parte importante del popolo cattolico di Francia, martire, nella varietà delle sue vocazioni: vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi, padri e madri di famiglia, anche fanciulli di pochi anni. Sono per noi il segno eloquente e commovente che la missione ecclesiale si svolge sempre nell’orizzonte del martirio. La Rivoluzione insieme alla Chiesa rifiuta la monarchia. Occorre intendersi bene. La monarchia non è anzitutto da considerarsi come una determinata procedura nell’esercizio del potere; la monarchia francese è la testimonianza, al di là della grandezza o povertà dei singoli monarchi, che la radice dello Stato e del potere è di carattere religioso.

Il re di Francia, incoronato nella cattedrale di Reims in una fastosa cerimonia sacramentale ed unto con il crisma delle ordinazioni episcopali, è innanzitutto il padre ed il custode della fede del popolo di Francia e della libertà della Chiesa: il suo potere effettivo di governo è certamente ampiamente condizionato da una struttura di partecipazione del clero e dei nobili e successivamente anche dei più alti esponenti della classe borghese. "Il re deve morire perché è il re": così tuonò Robespierre alla Convenzione, durante quel processo che gli storici più seri di oggi sono inclini a considerare più una farsa" che una cosa seria.

Così dalla convergenza di anti-ecclesialità e di rifiuto della monarchia, tende a nascere, in piena Europa e su suolo francese. Il primo esperimento di una struttura politica chiusa in se stessa, che non riconosce nessuna istanza, né a sé, né accanto a sé: quella struttura totalitaria, che a qualche anno dalla solenne Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino ha potuto condannare a morte decine di migliaia di francesi solo sulla base di semplici "sospetti ("la legge dei sospetti").

La giustizia è una giustizia "giacobina": è l’inizio di quelle giustizie aggettivate (fascista, nazista, comunista, popolare) che l’ultimo secolo ha tragicamente sperimentato sulla propria pelle e nella devastazione della propria coscienza. La Rivoluzione francese non deve essere, comunque, demonizzata: in certi settori della vita sociale ha segnato degli indubbi progressi nei confronti di situazioni che potrebbero essere definite "di stagnazione": ma è indubbio che nelle sue spinte propulsive e nel processo culturale, sociale e politico che ha iniziato, e che la storia ha rigorosamente condotto a compimento, la Rivoluzione francese ha determinato quel totalitarismo politico nel quale l’umanità europea, e non solo, ha rischiato di naufragare.


BEATI











SERVI DI DIO















- Giovanni Pietro Nautery e 8 compagni




Fonte:
Il Timone n.17, Gennaio/Febbraio 2002

Link:
Intervista a Pierre Chaunu di Antonio Socci
Pierre Chaunu - Wikipedia
Storia Libera - La Rivoluzione Francese

Pubblicazioni:


Titolo: il genocidio Vandeano - Il seme dell'odio

Autore: Reynald Secher

Edizioni: Effedieffe